Myanmar: 2 morti nelle proteste contro l’Esercito

Pubblicato il 21 febbraio 2021 alle 10:34 in Asia Myanmar

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Migliaia di persone sono tornate nelle strade delle città del Myanmar il 21 febbraio, dopo che la polizia e l’Esercito hanno aperto il fuoco contro i manifestanti nella città di Mandalay il giorno precedente, uccidendo 2 persone. Lo stesso 21 febbraio, sono anche arrivate condanne a livello internazionale.

In Myanmar, sono in corso proteste, restate per lo più pacifiche, dallo scorso 6 febbraio, per contestare la presa del potere da parte dell’Esercito e per richiedere il rilascio della leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), Aung San Suu Kyi dopo il suo arresto, avvenuti entrambi lo scorso primo febbraio. Più partecipanti alle manifestazioni sono stati arrestati e la giunta militare ha promesso nuove elezioni tra un anno ma ciò non è bastato a fermare la popolazione che, il 21 febbraio, è tornata in strada in molte città, sfidando anche la legge marziale imposta dall’Esercito. Più categorie di persone hanno preso parte alle manifestazioni, compresi, ad esempio, appartenenti a minoranze etniche, monaci buddhisti e dipendenti statali.

In tale contesto, lo scorso 20 gennaio è stata la giornata più violenta dall’inizio del movimento di protesta in quanto nella seconda città più grande del Paese, Mandalay, due persone sono morte e almeno 20 sono state ferite, dopo che la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti. In particolare, le forze dell’ordine poste a controllo di uno sciopero di operai dei cantieri navali hanno lanciato gas lacrimogeni e aperto il fuoco, dopo che alcuni oggetti erano stati lanciati contro di loro. Il giornale Global New Light of Myanmar, gestito dal governo, ha dichiarato che gli operai in sciopero avrebbero attaccato la polizia con bastoni, coltelli e catapulte, ferendo 8 poliziotti più soldati. La testata non ha, però, menzionato i due morti.

Il totale delle vittime tra i manifestanti dall’inizio delle proteste è salito così a 3, in quanto una giovane donna era morta in seguito alle ferite riportate alla testa, dopo essere stata colpita da un proiettile di gomma sparato dalle forze dell’ordine lo scorso 9 febbraio nella capitale Naypyidaw. Secondo l’Esercito, poi, anche un poliziotto sarebbe morto a causa di ferite riportate in seguito alle proteste.

La NDL ha condannato le ultime violenze del 20 gennaio definendole “crimini contro l’umanità”. Il 21 gennaio, la piattaforma Facebook ha poi oscurato la pagina principale dell’Esercito, Tatmadaw True News Information, citando “ripetute violazioni dei propri standard che proibiscono l’incitamento alla violenza e il coordinamento di aggressioni”. Gli USA, la Francia, il Regno Unito e Singapore hanno condannato gli episodi del 20 febbraio e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha poi definito tali vicende “inaccettabili”.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito ha preso il potere in Myanmar e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese a cui si sono poi aggiunti i manifestanti che hanno preso parte alle proteste, per un totale di 569 persone, secondo Assistance Association for Political Prisoners. Successivamente è stata quindi introdotta la legge marziale in più aree del Paese, imponendo un coprifuoco e un divieto di riunione per oltre cinque persone e la connessione ad Internet è stata ripetutamente interrotta e riattivata. Ciò nonostante, dal 6 febbraio scorso, la popolazione non ha mai smesso di protestare. Oltre a questo, è iniziato un movimento di disobbedienza pubblica dei lavoratori statali in vari settori dall’istruzione all’aviazione.  Il 16 febbraio, mentre le proteste sono continuate, la leader Suu Kyi ha ricevuto nuove accuse riguardanti la violazione della Legge sui disastri naturali, oltre a quelle riguardanti l’importazione illegale di 6 walkie-talkie. Suu Kyi sarà nuovamente portata in tribunale il prossimo primo marzo.

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno adottato misure punitive. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, mentre, gli USA, il Canada e il Regno Unito hanno adottato sanzioni. L’Unione europea ha in programma un incontro sul tema il 22 febbraio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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