Libia: consegnata all’Onu indagine sul sostegno privato statunitense ad Haftar

Pubblicato il 20 febbraio 2021 alle 12:00 in Libia USA e Canada

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Alcuni investigatori dell’Onu hanno stilato una relazione di 121 pagine in base alla quale l’ex-proprietario di una compagnia militare privata statunitense, Erik Prince, sostenitore dell’ex-presidente degli USA Donald Trump, avrebbe violato l’embargo sulle armi in Libia dell’Onu, fornendo sostegno militare al generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. A tale documento hanno avuto accesso lo Washington Post e il New York Times, che ne hanno riportato i contenuti il 19 febbraio.

In base a quanto dichiarato nella relazione riservata indirizzata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 18 febbraio, Prince avrebbe inviato mercenari stranieri e armi per 80 milioni di dollari al generale Haftar, nel 2019, anno in cui, il 4 aprile, quest’ultimo aveva lanciato un’offensiva contro Tripoli. Nella città aveva sede il Governo di Accordo Nazionale (GNA), riconosciuto formalmente dall’Onu e, al tempo, guidato dal premier Fayez al-Sarraj, che Haftar avrebbe voluto ribaltare. Tale operazione era stata poi respinta dal GNA il 4 giugno dell’anno successivo, anche grazie all’intervento militare della Turchia.

Nello specifico, l’operazione da 80 milioni di dollari, concordata da Haftar e Prince dieci giorni dopo l’inizio dell’attacco contro Tripoli, prevedeva l’invio al generale libico di mercenari, armati, tra le altre cose, con aerei d’attacco, navi cannoniere e mezzi per condurre guerre informatiche. Gli uomini di Prince avrebbero dovuto formare una squadra d’attacco per rintracciare e uccidere i comandanti libici opposti ad Haftar, compresi alcuni aventi anche cittadinanza di Paesi dell’Unione europea (UE). Quattro giorni dopo, fa notare il New York Times, l’incontro tra Prince e Haftar, il 18 giugno, Trump aveva poi appoggiato pubblicamente il generale libico. Più tardi, però, dopo l’arrivo di 20 mercenari di Prince a Benghazi, affermando che si stessero dirigendo ad un progetto petrolifero, era sorta una discussione rispetto al mancato arrivo di elicotteri di tipo Cobra che erano stati promessi ad Haftar. Dopo una crescita delle tensioni, il 29 giugno 2019, i mercenari di Prince avevano quindi abbandonato la Libia per recarsi a Malta, ma, nel Paese Nord-africano, sarebbero rimasti un team di esperti in guerra informatica e più aerei d’attacco, insieme a varie tipologie di documenti, reperiti poi dagli investigatori dell’Onu. Secondo alcune carte, sarebbero stati almeno 3 gli aerei portati in Libia per 10 milioni di dollari.

Prince è un ex membro delle Navy SEAL, le forze speciali della Marina statunitense, ed è il fratello dell’ex segretaria dell’Istruzione dell’amministrazione Trump, Betsy DeVos. Prince aveva attirato intorno a sé dure critiche in relazione alla sua compagnia militare privata Blackwater Worldwide, in quanto i suoi contractor erano stati accusati di aver ucciso 17 civili disarmati in Iraq nel 2007. Quattro di loro erano stati quindi incarcerati per poi essere perdonati da Trump.  Secondo il New York Times, dopo altri scandali, negli ultimi dieci anni, Prince avrebbe rilanciato la propria immagine come un funzionario in grado di concludere accordi in Paesi ricchi di risorse ma interessati da conflitti. Durante la presidenza Trump, l’uomo è stato un sostenitore e donatore dell’amministrazione dell’ex-presidente. Per quanto riguarda la Libia nello specifico, Prince avrebbe avuto affari nel Paese dal 2013, soprattutto con Haftar, al quale nel 2015 aveva, ad esempio, fornito un jet privato, poi usato dal genrale per spostarsi nella regione.

Le accuse contenute nella relazione a cui hanno avuto accesso lo Washington Post e il New York Times renderebbero Prince potenzialmente punibile con sanzioni dell’Onu, che prevedrebbero il divieto di viaggi, il blocco dei suoi conti bancari e di altri beni posseduti, anche se tale prospettiva sembrerebbe incerta. L’uomo si è rifiutato di collaborare all’indagine dell’Onu, durata 18 mesi, e i suoi avvocati non avrebbero finora voluto commentare la vicenda. Nel 2020, i suoi legali, però, avevano dichiarato al New York Times che Prince non avesse avuto nulla a che fare con operazioni militari in Libia.

La relazione in questione, contenente nomi in codice, storie da copertina, conti bancari all’estero e trasferimenti segreti di armi in otto Paesi, solleverebbe domande rispetto alla possibilità che Prince abbia approfittato dei propri legami con l’amministrazione Trump per organizzare l’operazione in Libia. Secondo la relazione, un amico ed ex partner di Prince, Christiaan Durrant, si sarebbe recato in Giordania per acquistare dall’Esercito del Paese elicotteri Cobra di fattura statunitense, assicurando alle controparti di avere “qualsiasi permesso” e che il lavoro del proprio team fosse stato approvato “ai massimi livelli”. Tuttavia, gli ufficiali della Giordania avrebbero interrotto la vendita, costringendo così i mercenari a cercare altri velivoli in Sud Africa. In tale quadro, secondo quanto dichiarato da un funzionario occidentale rimasto anonimo al New York Times, gli investigatori dell’Onu avrebbero ottenuto intercettazioni telefoniche di Durrant al centralino principale della Casa Bianca nel luglio 2019, dopo che l’operazione condotta stava incontrando problematiche.

Atra questione che resterebbe aperta nel report sottoposto all’Onu sarebbe la provenienza del finanziamento degli 80 milioni per l’operazione di Prince. Secondo alcuni analisti, potrebbe trattarsi degli Emirati Arabi Uniti. Al momento, l’amministrazione del presidente degli USA, Joe Biden, starebbe cercando di interrompere l’arrivo di armi statunitensi in più conflitti, soprattutto in Medio Oriente, e, a tal proposito, avrebbe lanciato una propria indagine.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e ha visto, a livello politico, la presenza di due amministrazioni rivali, quella della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, guidata da Aguila Saleh, e quella del GNA, con a capo Fayez Al-Sarraj, mentre, a livello militare, il fronteggiarsi delle milizie legate al GNA e di quelle del LNA.  Il GNA di al-Sarraj è stato il governo ufficialmente riconosciuto dall’Onu in Libia sin dalla sua nascita, il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017 ed è stato formalmente appoggiato da Italia, Qatar e Turchia. Le forze del LNA, a livello internazionale, sono state sostenute da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Francia e Russia.

Dallo scorso 5 febbraio, però, il Forum di dialogo politico libico, riunitosi a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite ha nominato un nuovo esecutivo ad interim unitario per tutta la Libia che guiderà il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre 2021. Anche Haftar ha promesso il proprio sostegno a tale esecutivo.

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Camilla Canestri

di Redazione

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