Afghanistan: esplosioni a Kabul, nonostante l’appello del Pentagono

Pubblicato il 20 febbraio 2021 alle 11:00 in Afghanistan USA e Canada

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Tre esplosioni separate hanno causato la morte di almeno 5 persone e ne hanno ferite altre 2, il 20 febbraio, nella capitale afghana Kabul. Il giorno prima, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha chiesto un’immediata riduzione delle violenze in Afghanistan.

Il 20 febbraio, il portavoce della polizia di Kabul, Ferdaws Faramarz, ha reso noto che le prime due esplosioni del 20 febbraio sono avvenute a 15 minuti di distanza l’una dall’altra. La prima ha colpito un’automobile con a bordo 2 civili che sono stati feriti. La seconda ha interessato, invece, un veicolo che stava transitando nella parte settentrionale della città e a bordo del quale viaggiavano alcuni soldati, 2 di loro sono stati uccisi insieme a un civile che stava passando in prossimità del veicolo. La terza esplosione, invece, sarebbe avvenuta due ore dopo, colpendo un veicolo della polizia nella parte Ovest di Kabul e uccidendo 2 agenti. Al momento, nessun gruppo ha ancora rivendicato la responsabilità dei fatti.

Il giorno prima delle ultime violenze che hanno interessato Kabul, il 19 febbraio, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti ha rivolto un annuncio a tutte le parti afghane, invitandole a “scegliere il cammino verso la pace” e aveva affermato: “la violenza deve diminuire, adesso”. Il capo del Pentagono aveva dichiarato che, a prescindere dalla revisione dell’accordo di pace tra Washington e i talebani del 29 febbraio 2020, attualmente in corso, gli stati Uniti non condurranno un ritiro “frettoloso o disordinato” dall’Afghanistan”.

Nonostante dallo scorso 12 settembre a Doha, in Qatar, siano in corso negoziati tra una delegazione del governo di Kabul e una dei talebani per porre fine ai conflitti interni che hanno interessato l’Afghanistan per vent’anni, nel Paese sono aumentati gli episodi di violenza tra le parti e anche gli attentati dello Stato Islamico, soprattutto a Kabul. Parallelamente, i negoziati non hanno ancora determinato una svolta nella situazione interna al Paese.

L’apertura di tali dialoghi era stata resa possibile dall’accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, siglato a Doha e che la nuova amministrazione del presidente statunitense, Joe Biden, lo scorso 29 gennaio, ha affermato di voler rivedere, alla luce delle crescenti violenze in Afghanistan. Washington ha affermato che potrebbe estendere la presenza dei soldati statunitensi in territorio afghano oltre il prossimo primo maggio, diversamente da quanto concordato a Doha con i talebani. Stessa decisione sembrerebbe essere in corso di valutazione alla NATO, come rivelato da alcuni funzionari il 31 gennaio scorso, per le stesse ragioni.

Il 29 febbraio 2020, l’inviato speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, e il leader politico dei talebani, Mullah Abdul Ghani Baradar, avevano siglato un accordo di pace alla presenza dell’ex segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo. Secondo quanto stabilito da tale intesa, gli USA si erano impegnati a ritirare tutti i propri soldati presenti in Afghanistan entro quattordici mesi dalla firma dell’accordo, mentre, i talebani, dopo aver richiesto uno scambio di prigionieri al governo di Kabul, avevano accettato di partecipare ai negoziati di pace intra-afghani e avevano fornito garanzie di sicurezza agli USA, quali, ad esempio, l’interruzione dei rapporti con i terroristi. In base all’intesa Washington ha ritirato gran parte delle truppe schierate nel Paese e, al momento, sono ancora presenti 2.500 uomini nel Paese, il numero più basso dal 2001.

Il governo di Kabul, più governi stranieri, compreso quello statunitense, e altre agenzie internazionali hanno affermato che i talebani non avrebbero rispettato i termini dell’accordo come dimostrato dall’aumento delle violenze in Afghanistan e dal continuo legame intrattenuto, ad esempio, con Al-Qaeda. Al momento, è ancora in corso la revisione dell’intesa di pace da parte dell’amministrazione Biden che ha promesso di portare a termine le cosiddette “guerre infinite” responsabilmente, proteggendo i propri cittadini dal terrorismo e altre minacce.

Da parte loro, i talebani hanno respinto le accuse ricevute e hanno indicato che riprenderanno ad attaccare i presidi statunitensi e dei loro alleati in Afghanistan se la scadenza di maggio per il ritiro dei soldati non dovesse essere rispettata. Proprio lo scorso 15 febbraio, i talebani avevano mandato un messaggio ai leader della NATO in cui hanno sottolineato che la presenza delle forze armate straniere in Afghanistan non favorisca l’alleanza e non porti benefici alla popolazione afghana.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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