Rivolta nel più grande carcere del Paraguay: almeno 7 morti, 3 decapitati

Pubblicato il 18 febbraio 2021 alle 20:28 in America Latina Paraguay

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Una protesta scoppiata nella prigione di Tacumbú, la più grande del Paraguay, martedì 16 febbraio, si è conclusa con un bilancio di almeno 7 vittime tra la popolazione carceraria. Centinaia di detenuti, armati di coltello, hanno scatenato oltre 24 ore di caos, prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, sequestrando 19 guardie e massacrandosi tra di loro. L’intervento delle forze antisommossa ha permesso di riportare l’ordine. Gli agenti, tuttavia, non sono riusciti ad evitare l’uccisione di almeno 7 persone, 3 delle quali decapitate. 

“Non si tratta di uno scontro tra clan”, ha chiarito il ministro della Giustizia, Cecilia Pérez, in un’intervista radiofonica, mercoledì 17 febbraio, dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana, Clan Rotela, e membri del gruppo brasiliano, Primer Comando Capital (PCC), la più grande organizzazione criminale del Sud America, che controlla parte del traffico illegale di droga, armi e persone al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto del PCC che distribuiva droga all’interno della prigione. Andando più nel dettaglio, il ministro ha successivamente rivelato che la protesta sarebbe stata provocata dalla reazione di un settore organizzato contro il trasferimento di un pericoloso prigioniero, Efrén Orlando Benitez, coinvolto in un presunto piano di fuga che avrebbe consentito a diversi detenuti di scappare. Benitez era stato condannato a 19 anni di carcere nel gennaio 2020.

Mentre il caos dilagava all’interno di Tacumbú, fuori dal carcere, le famiglie di centinaia di detenuti si erano radunate per chiedere cosa stesse succedendo. Davanti all’entrata principale della prigione, file di poliziotti antisommossa stavano schierati, pronti ad entrare, con elmetti, scudi, manganelli e armi da fuoco. La tensione saliva dentro e fuori l’edificio, situato vicino al centro della capitale paraguaiana. Le tv diffondevano immagini dei rapitori che minacciavano di uccidere le guardie. Secondo gli ostaggi, circa 1.000 persone si sarebbero ammutinate mentre almeno 19 guardie carcerarie sarebbero state sequestrate.

Nel giro di poche ore, il ministro della Giustizia è arrivato davanti ai cancelli della prigione e ha iniziato a guidare la trattativa, che si è conclusa con il rilascio degli ostaggi e l’ingresso della polizia. “Erano tutti armati di coltelli e ci hanno portato in una cella, ci hanno rinchiusi con più di 50 persone a guardia. Non abbiamo visto quando sono avvenuti gli omicidi”, ha detto uno degli ostaggi alla stampa locale, subito dopo il rilascio. Il testimone ha rivelato che i rapitori non li avrebbero torturati, ma solo minacciati di morte durante il rapimento.

Il Pubblico Ministero ha esaminato la prigione e ha confermato la morte, finora, di 7 detenuti, anche se non ha specificato dove o come siano morti, ad eccezione di tre di loro, che sono stati decapitati. Questo metodo viene spesso usato dalle mafie per inviare messaggi ai loro nemici. Il pm, Giovani Grisetti, ha detto ai giornalisti, fuori dal carcere, che i corpi sono stati portati all’obitorio giudiziario e che la verifica dei fatti proseguirà, quindi non ha escluso che ci possano essere altri morti. “Il penitenziario è molto grande e l’ordine è stato recentemente ripristinato, quindi è evidente che risulta complicato svolgere il lavoro come si vorrebbe”, ha sottolineato il pm, spiegando che “ci sono molte informazioni da elaborare”. La procura, nel frattempo, è entrata nell’edificio per ispezionare le strutture dove è avvenuta la rivolta, subito dopo che il ministro della Giustizia ha lasciato il luogo dell’incidente. Perez ha riferito ai media che i detenuti avrebbero accettato di consegnare le guardie solo dopo essersi assicurati che “nessuna ritorsione sarebbe stata presa come conseguenza di tutto questo”.

La prigione di Tacumbú ospita circa 4.100 persone, il doppio di quanto dovrebbe. “Le carceri paraguaiane sono state a lungo governate dalle mafie o dalla corruzione, alcune prigioni sono dominate dal PCC e altre dal clan Rotela. Tacumbú è dominata, in teoria, da quest’ultimo”, ha rivelato al quotidiano EL PAÍS Dante Leguizamón, avvocato paraguaiano esperto di sistemi carcerari ed ex presidente del Meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura. Questi 7 omicidi si aggiungono ad altri 392 decessi di persone che si trovano sotto custodia statale dal 2013, secondo un rapporto dell’ente. “Nelle informazioni del governo ci sono molte contraddizioni. Dicono che la rivolta di martedì sia dovuta al trasferimento di un prigioniero considerato membro del PCC, ma questo fatto non è decisivo. Il problema è che la lotta interna tra i clan avviene perché c’è un importante autogoverno tra i detenuti”, ha spiegato Leguizamón, aggiungendo: “Lo Stato ha pochissime capacità di reazione e amministrazione a causa della precarietà in cui opera”.

Sia i clan che le mafie sono cresciute e si sono rafforzate nelle carceri paraguaiane a causa delle pessime condizioni in cui vivono i prigionieri, con un livello molto alto di sovraffollamento, mancanza di accesso a servizi sanitari, alimentari, igienici o a un posto sicuro dove dormire. “Questo senza considerare l’uso della violenza da parte delle guardie carcerarie nei confronti dei settori più svantaggiati”, ha sottolineato Leguizamón.

Il sistema carcerario paraguaiano è in crisi da molti anni, secondo rapporti statali e di organizzazioni per i diritti umani. “Fino ad ora, la risposta delle autorità è stata quella di costruire prigioni e non affrontare il problema sottostante, che è l’abuso della detenzione preventiva. In Paraguay non esiste una politica criminale che affronti preventivamente i problemi per evitare i crimini. L’unica risposta è la repressione, cioè la prigione”, ha detto ancora l’avvocato. La popolazione carceraria del Paraguay è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 20 anni, dai circa 3.200 detenuti nel 2000 agli oltre 14.000 di oggi. Il Paese è primo nella regione per proporzione di persone incarcerate senza condanna e il quarto al mondo. Quasi l’80% dei detenuti deve ancora vedere un giudice, il che può richiedere in media dai sei mesi ai tre anni, secondo i rapporti del Meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura.

In Paraguay ci sono 18 carceri per adulti e centri educativi per adolescenti, con 9.877 posti in tutto il sistema. “La maggior parte di questi sono stati costruiti dopo il 2000 e non hanno portato alcun miglioramento in termini di condizioni della popolazione carceraria perché si basano sull’espansione del modello di violenza, ingiustizia e privazione di Tacumbú”, ha afferma l’avvocato paraguaiano Ximena López Jiménez, nell’ultimo rapporto annuale del Coordinatore paraguaiano dei diritti umani (Codehupy). Le azioni attuate in 25 anni non sono state efficaci e le problematiche del sistema penitenziario sono cresciute in relazione all’aumento della popolazione carceraria. “La questione richiede uno sguardo più incisivo che cerchi di individuare il fulcro del problema molto prima che raggiunga il sistema penale”, ha concluso López Jiménez.

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Chiara Gentili

di Redazione

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