Repubblica Centrafricana: processi per i leader delle milizie armate

Pubblicato il 18 febbraio 2021 alle 6:15 in Africa Repubblica Centrafricana

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Il 16 febbraio, Patrice-Edouard Ngaissona e Alfred Yekatom, due uomini accusati di aver guidato le milizie Anti-Balaka in molteplici attacchi contro i musulmani durante la guerra civile nella Repubblica Centrafricana, si sono presentati dinnanzi alla Corte Penale Internazionale che ha sede all’Aia, nei Paesi Bassi.

Secondo Al Jazeera English, Ngaissona e Yekatom, colpevolizzati dai procuratori di essere stati leader delle cosiddette milizie Anti-Balaka nel 2013 e nel 2014, si sono dichiarati non colpevoli delle accuse. Nello specifico, sono stati incolpati di aver commesso crimini contro l’umanità nei confronti della comunità musulmana del Paese, tra cui omicidio, stupro, persecuzione e tortura. “Non mi riconosco affatto nelle accuse. Non sono colpevole”, ha dichiarato Ngaissona, 53 anni. Yekatom, 46 anni, oltre alle accuse simili a quelle di Ngaissona, è stato incolpato di aver impiegato bambini soldato nei combattimenti. Di fatto, secondo i dati di Amnesty International, 3.500 minorenni sono stati arruolati durante la guerra civile nella Repubblica Centrafricana.

Secondo quanto riferito dalla fonte, per evitare che le indagini sulla violenza perpetrata nella Repubblica Centrafricana fosse unilaterale, la Corte Penale Internazionale ha fatto arrestare anche un presunto leader della milizia rivale di Anti-Balaka, nota come Seleka. L’uomo accusato si chiama Mahamat Said Abdel Kain, ed ha fatto la sua prima apparizione davanti alla Corte dell’Aia il 29 gennaio. Anche Kain, 50 anni, è stato accusato di aver commesso crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come Ngaissona e Yekatom. Il suo avvocato difensore, Jean Pierre Madoukou, ha riferito ai giudici che Kain intende dimostrare la sua innocenza in tribunale.

Da quando ha ottenuto l’indipendenza nel 1960, la Repubblica Centrafricana ha vissuto decenni di violenza e instabilità. Un’insurrezione guidata dalla Seleka, una coalizione di gruppi armati composta principalmente musulmani, ha portato al grave deterioramento delle infrastrutture di sicurezza del Paese e all’aumento delle tensioni inter-etniche. I combattenti Seleka hanno lanciato un’offensiva contro il Governo il 10 dicembre 2012, prendendo il controllo della capitale, Bangui, per poi effettuare un colpo di Stato il 24 marzo 2013. In risposta alla brutalità delle forze Seleka, si sono formate le coalizioni Anti-Balaka, composte principalmente da combattenti cristiani.

Nel settembre 2013, le forze Anti-Balaka hanno iniziato a perpetrare numerosi attacchi contro civili per lo più musulmani, facendo sfollare decine di migliaia di persone nelle aree controllate da Seleka, nel Nord del Paese. Le forze Seleka sono state sciolte dal Governo poco dopo l’inizio del conflitto civile. Tuttavia, numerosi ex membri della Seleka hanno iniziato a commettere contrattacchi, facendo precipitare la Repubblica Centrafricana in un caotico stato di violenza e una conseguente crisi umanitaria. Secondo il Global Conflict Tracker, dal 2013, circa 585.000 migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case, rifugiandosi in Camerun e nella Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, migliaia di persone sono morte a causa del conflitto, il quale è ancora in corso.

I rapporti dei gruppi per i diritti umani e delle agenzie delle Nazioni Unite informano che gli attacchi perpetrati sia dalle forze ex-Seleka sia dai gruppi Anti-Balaka equivalgono a crimini di guerra e crimini contro l’umanità. A causa della portata della crisi, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha istituito una forza di pace il 10 aprile 2014, la quale ha incorporato e coordinato le forze dell’Unione Africana e della Francia che erano già presenti nella Repubblica Centrafricana. Questa missione, nota anche come Missione Integrata di Stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (MINUSCA), ha l’obiettivo di proteggere i civili e di disarmare le milizie armate. La MINUSCA affronta sfide significative nell’adempimento del suo mandato, principalmente a causa della mancanza di infrastrutture e della natura stessa della missione, ovvero di mantenere la pace e non di utilizzare le armi. Il 17 febbraio, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha raccomandato un aumento di circa 3.700 militari in modo tale da rafforzare la missione.

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Julie Dickman

di Redazione

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