La Gran Bretagna impone sanzioni contro il Myanmar

Pubblicato il 18 febbraio 2021 alle 17:20 in Myanmar UK

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Il 18 febbraio la Gran Bretagna ha imposto sanzioni ai danni di tre generali del Myanmar, accusati di gravi violazioni dei diritti umani a seguito del colpo di Stato militare del primo febbraio. 

La notizia è stata annunciata dal ministro degli Esteri di Londra, Dominic Raab, che ha affermato: “Noi, insieme ai nostri alleati internazionali, riterremo le forze armate del Myanmar responsabili delle violazioni dei diritti umani e faremo giustizia per il popolo del Myanmar”. La Gran Bretagna ha quindi imposto il congelamento immediato dei beni e il divieto di ingresso nel proprio Paese per tre membri delle forze armate del Myanmar: il ministro della Difesa, Mya Tun Oo, il ministro degli Affari Interni, Soe Htut e il vice ministro degli Affari Interni, Than Hlaing. Inoltre, Londra ha affermato che sono state messe in atto ulteriori misure per impedire che gli aiuti britannici verso il Paese asiatico arrivino indirettamente al nuovo Governo guidato dai militari. “L’esercito e la polizia del Myanmar hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, inclusa la violazione del diritto alla vita, il diritto alla libertà di riunione, il diritto di non essere soggetti ad arresti o detenzioni arbitrari e il diritto alla libertà di espressione”, hanno sottolineato le autorità di Londra. 

Il primo febbraio scorso, l’Esercito ha preso il potere in Myanmar e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. Successivamente è stata quindi introdotta la legge marziale in più aree dello Stato, imponendo un coprifuoco e un divieto di riunione per oltre cinque persone e la connessione ad Internet è stata ripetutamente interrotta e riattivata. Ciò nonostante, dal 6 febbraio scorso, la popolazione non ha mai smesso di protestare. Oltre a questo, è iniziato un movimento di disobbedienza pubblica dei lavoratori statali in vari settori dall’istruzione all’aviazione.  Il 16 febbraio, mentre le proteste sono continuate, la leader Suu Kyi ha ricevuto nuove accuse riguardanti la violazione della Legge sui disastri naturali, oltre a quelle riguardanti l’importazione illegale di 6 walkie-talkie.

Il 18 febbraio, i manifestanti sono nuovamente tornati in piazza in tutto il Paese per denunciare il colpo di stato militare. La polizia ha disperso la folla con la forza, usando cannoni ad acqua nella capitale e altri metodi violenti nelle città del Nord. Inoltre, le proteste e gli scioperi dei dipendenti statali hanno paralizzato molti uffici governativi e non accennano a diminuire, anche se la giunta militare ha promesso nuove elezioni e ha lanciato un appello ai dipendenti statali affinché tornino al lavoro, minacciando di agire di conseguenza se non lo faranno. “Non voglio svegliarmi in una dittatura. Non vogliamo vivere il resto della nostra vita nella paura”, ha dichairato Ko Soe Min, che si trovava nella città di Yangon, dove decine di migliaia di persone sono scese in piazza il giorno dopo il colpo di Stato, in una delle più grandi proteste del Paese. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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