La Turchia emette un nuovo Navtex nel mezzo delle trattative con la Grecia

Pubblicato il 17 febbraio 2021 alle 19:45 in Grecia Turchia

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Funzionari turchi hanno assicurato che le imminenti indagini idrografiche condotte dalla nave Cesme nel Mar Egeo non avranno un impatto negativo sui colloqui esplorativi avviati da Ankara e Atene per risolvere le loro controversie marittime ed energetiche. Lo si apprende dal quotidiano greco Ekathimerini, che sottolinea che le ricerche saranno effettuate in acque internazionali. Un Navtex della Turchia, emesso lunedì 15 febbraio, ha specificato che la Cesme opererà nella zona di mare tra le isole greche di Limnos, Skyros e Alonnisos da giovedì 18 febbraio fino al 2 marzo. Le indagini, hanno aggiunto i funzionari turchi, saranno limitate alla superficie del mare, dal momento che la nave non poserà i suoi cavi nel fondale.

La nave Cesme aveva già svolto indagini idrografiche nella stessa area nel 2018, sotto lo stretto monitoraggio della Marina Militare Ellenica. Gli analisti, secondo quanto riportato da Ekathimerini, sono rimasti sorpresi dalla notizia del Navtex turco, in quanto i due vicini dell’Egeo sono attualmente impegnati negli sforzi per allentare le tensioni e intensificare i contatti diplomatici. Grecia e Turchia, entrambi membri della NATO, sono in disaccordo sui diritti di sfruttamento delle risorse di idrocarburi nella regione del Mediterraneo orientale, per via di opinioni contrastanti sull’estensione delle loro piattaforme continentali. Le acque, punteggiate principalmente da isole greche, sono ricche di gas e la delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive è fonte di controversia tra Turchia, Grecia e Cipro. 

Ankara sostiene di avere la costa più lunga del Mediterraneo orientale, ma la sua zona marittima è racchiusa in una stretta striscia di acque a causa dell’estensione della piattaforma continentale greca, caratterizzata dalla presenza di molte isole vicine alla frontiera turca. L’isola greca di Kastellorizo, che si trova a circa 2 km dalla costa meridionale della Turchia e a 570 km dalla Grecia continentale, è una delle principali fonti di frustrazioni per Ankara, che rivendica quelle acque come proprie.

Il 27 novembre 2019, la Turchia e il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli avevano sottoscritto un accordo per la delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive (Zee). La mossa era stata duramente criticata da Atene e, per tutta risposta, Grecia ed Egitto avevano siglato, il 6 agosto 2020, un altro trattato per la demarcazione dei loro confini marittimi, attribuendosi reciproci diritti di esplorazione energetica nel Mediterraneo orientale. In base a tale intesa, i due Paesi hanno designato le proprie zone economiche esclusive con il fine di consentire ad entrambi di “massimizzare l’utilizzo delle risorse disponibili nell’area, in particolare le promettenti riserve di gas e petrolio”. Per Atene, l’accordo rispetta tutti i principi del Diritto internazionale e del Diritto del mare, consente di preservare relazioni di buon vicinato e contribuisce alla sicurezza e alla stabilità della regione. Affermazioni respinte da Ankara, che considera l’accordo “illegale”.

Da quel momento, i rapporti tra i due vicini sono stati sempre più tesi. Turchia e Grecia si sono trovati sull’orlo di uno scontro militare ad agosto, dopo che Ankara aveva inviato la sua nave da ricognizione sismica, la Oruc Reis, insieme ad una piccola flotta navale, nelle acque del Mediterraneo orientale, rivendicate dalla Grecia, per compiere le sue esplorazioni di idrocarburi. Atene considera quella porzione di mare come parte della sua piattaforma continentale e della sua Zona economica esclusiva (ZEE). La Turchia, tuttavia, contesta queste rivendicazioni. Sebbene le ZEE non comportino la stessa sovranità assoluta che prevedono le acque territoriali, consentono agli Stati costieri di esercitare i diritti sovrani di esplorazione e sfruttamento delle risorse minerarie, di cui il Mediterraneo orientale abbonda.

La possibilità di un scontro aveva allarmato sia la NATO sia l’Unione Europea. I due Paesi hanno dunque deciso, il 25 gennaio, di riprendere i colloqui esplorativi sulla questione. Gli incontri sono informali e non vincolanti, ma potrebbero indurre Ankara e Atene verso un processo di negoziazione formale che sfocerebbe in un trattato o in un accordo che stabilisca di ricorrere ad un arbitrato presso la Corte internazionale di giustizia (ICJ) dell’Aia. Se nessuno dei due scenari si verificherà, le tensioni tra le due nazioni resteranno, con conseguenze potenzialmente disastrose per quella parte del mondo.

Alcuni politici greci sostengono che Atene debba sfruttare questa crisi per risolvere tutte le sue divergenze con la Turchia, inclusa la questione dell’isola di Cipro. Il territorio cipriota risulta attualmente diviso dalla cosiddetta “linea verde” che separa l’area amministrata dalla Repubblica di Cipro e abitata prevalentemente dalla comunità greco-cipriota, dall’area amministrata dall’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord e abitata prevalentemente dalla comunità turco-cipriota. Tale divisione risale al 1974, quando, in seguito al tentativo di colpo di Stato da parte dei nazionalisti greco-ciprioti, che favorivano l’annessione dell’isola alla Grecia, il 20 luglio, Ankara inviò le sue truppe “a protezione della minoranza turco-cipriota” nella parte settentrionale dell’isola, sulla quale la Turchia ha poi stabilito il controllo. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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