Conflitto in Yemen: Washington in prima linea per trovare una soluzione

Pubblicato il 17 febbraio 2021 alle 8:31 in USA e Canada Yemen

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Dopo aver rimosso gli Houthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Yemen, Timothy Lenderking, ha affermato che Washington mira a intensificare i propri sforzi diplomatici a livello internazionale e con i partner mediorientali, al fine di trovare una soluzione al conflitto yemenita. Nel frattempo, le tensioni continuano.

La dichiarazione di Lenderking è giunta il 16 febbraio, nel corso di un briefing tenuto al Dipartimento di Stato, durante il quale ha affermato che Washington sta “prepotentemente” impiegando canali secondari per avviare un dialogo con le milizie di ribelli sciiti Houthi e favorire la risoluzione del perdurante conflitto. Al contempo, gli USA mirano a incoraggiare maggiori sforzi diplomatici congiuntamente ai propri partner nel Golfo, alle Nazioni Unite e ad altri attori internazionali, al fine di creare le condizioni necessarie a portare le parti belligeranti al tavolo dei negoziati e porre fine alle tensioni.

Parallelamente, è dal 16 febbraio che le milizie Houthi sono stati rimosse dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere e da quella degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT). Come affermato precedentemente dal segretario di stato USA, Antony Blinken, i responsabili degli attacchi missilistici contro l’Arabia Saudita saranno designati come terroristi individualmente. Era stata la precedente amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump, ad annunciare la classificazione del gruppo sciita, altresì noto come Ansar Allah, come un’organizzazione terroristica internazionale. La mossa, però, ha sollevato crescenti preoccupazioni a livello internazionale, riguardanti soprattutto un eventuale esacerbarsi della situazione umanitaria in Yemen, il che ha portato il nuovo capo della Casa Bianca, Joe Biden, a rivedere la decisione del suo predecessore.

A tal proposito, Blinken ha sottolineato che la decisione è stata raggiunta dopo aver prestato attenzione agli avvertimenti delle Nazioni Unite, delle organizzazioni umanitarie e di membri del Congresso statunitense di entrambi i partiti. La revoca della designazione degli Houthi come gruppo terroristico, è stato poi sottolineato, garantirà che le politiche statunitensi in Yemen non ostacolino forme di assistenza a “coloro che stanno già soffrendo quella che è stata definita la peggior crisi umanitaria dal mondo”. 

Sin dalla nomina di Biden alla presidenza statunitense, Washington si è mostrata determinata a svolgere un ruolo più attivo nel porre fine al conflitto scoppiato a seguito del colpo di Stato Houthi, del 21 settembre 2014. Al contempo, però, come affermato da Biden, gli Stati Uniti sono consapevoli delle minacce poste contro l’Arabia Saudita, la quale continua a far fronte ad attacchi missilistici e per mezzo di droni, perpetrati da forze sostenute dall’Iran. Motivo per cui, gli USA si sono impegnati a continuare a sostenere Riad e a fornirle sostegno per far sì che questa possa difendere la propria sovranità e integrità territoriale, oltre che alla sua popolazione. Non da ultimo, come affermato dal consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, non sostenere le operazioni offensive in Yemen non significa porre fine alle operazioni degli Stati Uniti contro l’organizzazione terroristica di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), tuttora attiva nei territori yemeniti.

Al momento, uno dei fronti yemeniti che desta maggiore preoccupazione è Ma’rib, un governatorato settentrionale controllato in larga parte dalle forze filogovernative, affiliate al presidente legittimo Rabbo Manosur Hadi, ma altresì ricco di risorse petrolifere e sede di circa un milione di rifugiati yemeniti. Dopo aver intrapreso una violenta offensiva all’inizio del 2020, negli ultimi dieci giorni gli Houthi hanno dato il via a una crescente escalation, che ha destato preoccupazione a livello internazionale, di USA e Nazioni Unite inclusi. In particolare, Washington ha esortato i ribelli a porre fine alle proprie operazioni militari e a sedersi al tavolo dei negoziati. L’Onu, da parte sua, si è detta “allarmata” e ha messo in luce come l’offensiva su Ma’rib possa avere conseguenze inimmaginabili.

Il quadro delle tensioni include, poi, gli attacchi dei ribelli contro i territori sauditi. A tal proposito, all’alba del 17 febbraio, la coalizione a guida saudita ha annunciato di aver distrutto un drone carico di esplosivi lanciato contro il Sud del Regno, il secondo nell’arco di 24 ore. Come evidenziato dal portavoce della coalizione, il colonnello Turki al-Maliki, si è trattato di un ulteriore tentativo di attaccare “oggetti e soggetti civili”, il che rappresenta un crimine di guerra. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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