USA al G7: pandemia, economia mondiale e rapporti con la Cina

Pubblicato il 15 febbraio 2021 alle 20:00 in Cina USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, parteciperà al suo primo G7, il 19 gennaio, per discutere della pandemia di coronavirus, dell’economia mondiale e delle relazioni con la Cina. 

La notizia è stata resa nota dalla Casa Bianca, il 14 febbraio. Secondo Washington, l’evento virtuale con i leader delle principali economie democratiche del mondo fornirà al presidente Biden l’opportunità di discutere i piani per contrastare la pandemia COVID-19 e ricostruire l’economia globale. Il presidente degli USA ha intenzione di riavvicinare il Paese ai propri alleati, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, che ha sottolineato che l’amministrazione vuole garantire mobilitazione e cooperazione contro le minacce globali. Inoltre, Biden discuterà anche della necessità di effettuare investimenti per rafforzare la competitività collettiva del G7, specialmente per quanto riguarda l’importanza di aggiornare le regole necessarie per affrontare le sfide economiche, come quelle poste dalla Cina. 

La Casa Bianca ha quindi aggiunto che il presidente degli USA condividerà la propria agenda economica con le controparti del G7 e incoraggerà gli alleati e tutti i Paesi industrializzati a mantenere il “supporto economico per la ripresa” e altre misure collettive. Infine, è previsto che i rappresentanti delle principali economie mondiali discutano anche di cambiamento climatico. Sul piano interno, invece, Biden sta facendo pressioni sul Congresso affinché approvi un pacchetto di stimoli economici da 1,9 trilioni di dollari per rilanciare l’economia degli Stati Uniti e fornire sostegno a coloro che hanno maggiormente subito le conseguenze della pandemia.

Le relazioni tra Pechino e Washington hanno raggiunto livelli minimi dall’allacciamento delle relazioni bilaterali, il primo gennaio 1979, durante l’amministrazione dell’ex presidente, Donald Trump. A tal proposito, il segretario di Stato nominato da Biden per la sua nuova amministrazione, Antony Blinken, ha affermato che Trump ha fatto la cosa giusta adottando una posizione maggiormente risoluta contro la Cina, pur non condividendone i metodi. Blinken ha affermato che la Cina sia “senza dubbio” la nazione che pone le più grandi sfide per Washington e che ci siano solidi presupposti per elaborare una politica bipartisan nei confronti di Pechino. L’amministrazione Biden ha finora dimostrato di voler mantenere un approccio risoluto verso la Cina e di collaborare “laddove sia nell’interesse del popolo statunitense”. Il presidente cinese, Xi Jinping, e il presidente statunitense, Joe Biden, hanno avuto una conversazione telefonica per la prima volta dall’insediamento del secondo alla Casa Bianca, l’11 febbraio, alla vigilia del capodanno cinese. La telefonata è stata considerata da alcuni un segno di buona volontà  per avviare un processo di ridefinizione delle relazioni sino-statunitensi ma ha anche rivelato l’insieme delle tensioni attive tra le parti.

Tra le ultime mosse dell’amministrazione Trump, il 19 gennaio, Washington ha formalmente accusato la Cina di genocidio contro le minoranze musulmane della regione autonoma del Xinjiang, nel Nord-Ovest della Cina. In particolare, l’ex-segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, ha annunciato che, guidata dal Partito comunista cinese, la Cina abbia commesso un genocidio contro la minoranza turcofona degli uiguri così come contro altre minoranze musulmane che vivono nel Xinjiang. Prima del 19 gennaio, gli USA, così come altri Paesi per lo più occidentali, avevano accusato la Cina di aver perpetrato danni ai diritti umani degli uiguri adottando politiche di repressione nei loro confronti, sostenendo che Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Al contrario, però, il governo di Pechino ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nel Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang.

Tuttavia, la strategia di pressione contro la Cina portata avanti dall’amministrazione Trump è cominciata con l’inizio di quella che è stata definita “una guerra commerciale” tra Cina e Stati Uniti, avviata il 23 marzo 2018, quando Washington ha imposto dazi del 25% e del 10% sulle importazioni rispettivamente di acciaio e alluminio. Tale decisione ha direttamente colpito la Cina, che ha risposto con misure simili ai danni degli esportatori statunitensi. L’inasprimento dei rapporti ha vissuto fasi alterne, ma la tensione tra Washington e Pechino è cresciuta su numerosi fronti, tra cui proprio la questione della tutela dei diritti umani, le relazioni con Taiwan e l’origine della pandemia di coronavirus.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.