Myanmar: gli ultimi aggiornamenti

Pubblicato il 15 febbraio 2021 alle 11:23 in Asia Myanmar

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La giunta militare al potere in Myanmar ha schierato militari in tutto il Paese, così come mezzi corazzati nelle sue principali città e ha interrotto la connessione ad Internet, per bloccare le proteste della popolazione che sta continuando a manifestare. Intanto, il rinvio a giudizio della leader Aung San Suu Kyi, arrestata il primo febbraio e poi accusata di aver importato illegalmente sei walkie-talkie, è stato posticipato al 17 febbraio.

L’Esercito birmano, autore del colpo di Stato dello scorso primo febbraio, ha ampliato gli sforzi per sedare le proteste della popolazione e ha ritardato di due giorni il rinvio a giudizio della leader Aung San Suu Kyi, prolungando la sua detenzione. Il 15 febbraio, Internet è stato interrotto per ore mentre militari e veicoli dell’Esercito sono stati schierati in tutto il Paese. Più tardi, il servizio di connessione è stato ripristinato ma a molti utenti non sarebbe ancora possibile accedere ai social network. Il 14 febbraio, invece, la giunta militare aveva modificato il codice penale, stabilendo pene fino a venti anni di carcere per coloro che saranno ritenuti colpevoli di aver alimentato l’odio verso il governo e l’Esercito o che abbiano impedito allo Stato di mantenere la sicurezza del Paese.

Ciò nonostante a Yangon, la più grande città del Paese, la popolazione ha continuato a protestare, così come in altri centri quali Mandalay, Dawei e la capitale Naypyidaw. Nella città meridionale di Myitkyina i soldati hanno lanciato gas lacrimogeni contro la folla e hanno sparato nel corso della notte tra il 14 e il 15 febbraio ma non è ancora chiaro se si sia trattato di proiettili di gomma o di vere armi da fuoco. Alcune persone sono state ferite.

Le ambasciate degli USA, del Regno Unito e dell’Unione Europea (UE), il 15 febbraio, hanno rilasciato una dichiarazione chiedendo alle autorità di non far del male ai civili e a tale appello si è unito anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Quest’ultimo ha poi chiesto che la giunta militare al potere consenta alla diplomatica svizzera Christine Schraner Burgener di visitare il Paese e valutare la situazione in prima persona.

Le proteste in Myanmar sono iniziate dopo che il primo febbraio scorso, l’Esercito ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza nel Paese per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti.

Le forze armate hanno quindi dichiarato che, in base alla sezione 417 della Costituzione, l’Esercito ha preso il controllo sul Paese per indagare sulle presunte frodi elettorali, nonostante anche la Corte suprema avesse dichiarato valido il risultato elettorale. Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. Successivamente è stata introdotta la legge marziale in più aree del Paese imponendo un coprifuoco e un divieto di riunione per oltre cinque persone e la connessione ad Internet è stata ripetutamente interrotta. Ciò nonostante, dal 6 febbraio scorso, la popolazione non ha mai smesso di protestare e in alcuni casi anche i poliziotti hanno scelto di unirsi alle proteste. Oltre a questo, è iniziato un movimento di disobbedienza pubblica dei lavoratori statali in vari settori dall’istruzione all’aviazione.

Sarebbero state oltre 400 le persone che sarebbero state trattenute dalle forze dell’ordine dal colpo di Stato ad oggi. Per prevenire nuovi arresti la popolazione ha organizzato gruppi di controllo.

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno già adottato misure punitive. La Nuova Zelanda, ad esempio, ha tagliato i rapporti con la giunta militare, mentre, gli USA hanno adottato sanzioni e l’Unione europea ha in programma un incontro sul tema il 22 febbraio. La Cina non ha invece criticato quanto successo, esortando la comunità internazionale a non esacerbare ulteriormente la situazione. Intanto, il 12 febbraio, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha chiesto il rilascio della leader Aung San Suu Kyi.

La giunta militare ha continuato a sostenere di aver preso il potere legalmente e ha chiesto ai media locali che la presa di potere non sia definita un colpo di Stato.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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