Myanmar: il popolo blocca gli arresti, l’UNHRC chiede il rilascio dei leader politici

Pubblicato il 13 febbraio 2021 alle 18:30 in Asia Myanmar

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L’opposizione al colpo di Stato in Myanmar del primo febbraio scorso è continuata a crescere il 13 febbraio, con un ottavo giorno di proteste consecutivo e il sabotaggio agli arresti da parte dell’Esercito. Intanto, il 12 febbraio, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha chiesto il rilascio della leader Aung San Suu Kyi, arrestata il primo febbraio e poi accusata di aver importato illegalmente sei walkie-talkie.

Il 12 febbraio l’UNHRC ha approvato una risoluzione con la quale è stato chiesto all’Esercito birmano di liberare i leader del governo civile arrestati in Myanmar, di rispettare il diritto di parola così come i diritti politici e di rimuovere le restrizioni imposte a Internet. Il testo iniziale della richiesta era stato opposto da Russia e Cina che avevano fatto pressioni per modificarlo. Dopo l’approvazione, l’ambasciatore cinese, Chen Xu, ha dichiarato che pur apprezzando l’adozione delle raccomandazioni cinesi nel testo finale, la Cina ha preso le distanze dalla dichiarazione. Stessa cosa hanno poi fatto le Filippine, la Russia, il Venezuela e la Bolivia. Il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, ha, invece, definito la risoluzione un importante passo in avanti.

Intanto, il 13 febbraio, la popolazione ha continuato a protestare in tutto il Paese per l’ottavo giorno consecutivo, sfidando la legge marziale attiva in più aree del Myanmar e che prevede un coprifuoco notturno e il divieto di raduni di oltre 5 persone. Molte persone hanno protestato in vista di presunti arresti imminenti che avrebbe l’Esercito aveva intenzione di perpetrare. Ad esempio, in molti ospedali i manifestanti si sono riversati per prevenire eventuali arresti. Qui lo staff medico ha scioperato per più giorni contro il colpo di Stato e ha dato vita ad un movimento di disobbedienza civile che si è poi diffuso anche ad altre categorie, quali ingegneri, insegnanti e personale aereo. A Yangon, invece, la popolazione ha dato vita ad un gruppo di controllo dei quartieri per prevenire arresti e ha continuato a percuotere stoviglie per tutta la notte in segno di protesta.

Il primo febbraio scorso, i militari del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza nel Paese per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi, poi accusata di aver importato illegalmente sei walkie-talkie, e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim.

L’Esercito ha addotto come motivazione alle proprie azioni le frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre e che avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti. Le forze armate hanno quindi dichiarato che, in base alla sezione 417 della Costituzione, l’Esercito ha preso il controllo sul Paese per indagare sulle presunte frodi elettorali, nonostante anche la Corte suprema avesse dichiarato valido il risultato elettorale. Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. 

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947 e il cui compleanno ricorre proprio il 13 febbraio, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. Nonostante il grande apprezzamento da parte della popolazione e il conferimento di un premio Nobel per la pace nel 1991, la sua leadership ha subito però numerose critiche in relazione alla questione dei Rohingya, un’etnia di fede musulmana che ha subito una campagna di violenze iniziata nel 2017 che ha costretto all’esodo di massa centinaia di migliaia di persone, determinando una delle più gravi crisi in corso a livello globale.

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno già adottato misure punitive. La Nuova Zelanda, ad esempio, ha tagliato i rapporti con la giunta militare, mentre, gli USA hanno adottato sanzioni e l’Unione europea ha in programma un incontro sul tema il 22 febbraio. La Cina non ha invece criticato quanto successo, esortando la comunità internazionale a non esacerbare ulteriormente la situazione.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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