USA-Israele: cambio di rotta sugli insediamenti

Pubblicato il 12 febbraio 2021 alle 17:25 in Israele USA e Canada

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Il Dipartimento di Stato degli USA ha chiesto a Israele di fermare la costruzione di insediamenti nei territori palestinesi. Si tratta di un cambio di rotta importante rispetto alla precedente amministrazione, che aveva dichiarato che questi non erano illegali. 

 L’11 febbraio, il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato in una conferenza stampa che gli Stati Uniti ritengono che sia “fondamentale per Israele e l’Autorità Palestinese astenersi da passi unilaterali che esacerbino le tensioni e indeboliscano gli sforzi per promuovere una soluzione a due Stati”. La dichiarazione arriva a seguito dell’annuncio del Jewish National Fund (JNF) dell’avvio di una nuova politica di acquisto di terreni in Cisgiordania, per un valore di centinaia di milioni di dollari. Il JNF è un’organizzazione non governativa fondata nel 1901 per acquistare terreni in quella che gli ebrei considerano la propria patria originaria. 

Si tratta di una dichiarazione di grande rilevanza, che mostra la direzione della politica estera del presidente Joe Biden verso Israele, che sembra essere molto più moderata nel supportare lo Stato Ebraico, rispetto agli ultimi 4 anni. Per quanto riguarda la specifica questione degli insediamenti, l’amministrazione guidata dall’ex presidente degli USA, Donald Trump, aveva dato una propria interpretazione del diritto internazionale, dichiarando che questo tipo di costruzioni non era da considerarsi illegale. Questa posizione era stata annunciata dal segretario di Stato USA, Mike Pompeo, il 18 novembre 2019. In passato, invece, gli Stati Uniti avevano definito gli insediamenti israeliani in Cisgiordania come illegittimi. Il documento ufficiale a sancire tale posizione è un parere legale del 1978, rilasciato dal Dipartimento di Stato USA, che concludeva che gli insediamenti erano incompatibili con il diritto internazionale.

Nel cambiare totalmente questa posizione, Pompeo ha dichiarato che tale sentenza “non ha fatto avanzare la causa della pace”. A poche ore dall’annuncio, il Dipartimento di Stato USA ha emesso un comunicato per i cittadini statunitensi che intendono recarsi a Gerusalemme, in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, avvertendoli del pericolo di eventuali ritorsioni. Da parte sua, Netanyahu ha elogiato la decisione e ha affermato che questa rifletteva “verità storica, cioè che il popolo ebraico non è un colonialista straniero in Giudea e Samaria”. Il premier israeliano ha utilizzato, anche in questa occasione, i nomi biblici della regione per fare riferimento alla Cisgiordania. Netanyahu ha poi aggiunto che i tribunali israeliani sono più adatti a decidere della legalità degli insediamenti, rispetto a “forum internazionali distorti che non prestano attenzione alla storia o ai fatti”.

Le autorità palestinesi, invece, hanno dichiarato che si trattava dell’ennesimo oltraggio. “Non possiamo esprimere orrore e shock perché si tratta di uno schema noto, ma ciò non lo rende meno orribile”, ha dichiarato Hanan Ashrawi, un veterano dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. “Invia un chiaro segnale che gli Stati Uniti hanno totale disprezzo per il diritto internazionale, per ciò che è giusto e per la pace”, ha aggiunto. Saeb Erekat, il principale negoziatore palestinese, ha affermato che la decisione dell’amministrazione Trump è l’ultima di una lista di “incessanti tentativi di sostituire il diritto internazionale con la legge della giungla”.

La Cisgiordania è considerata un territorio sotto occupazione militare israeliana da parte delle Nazioni Unite ed è quindi soggetto alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Un muro di separazione, lungo 570 km e costruito dalle autorità israeliane a partire dal 2002, segue la cosiddetta Linea Verde e divide i territori palestinesi da quelli israeliani, secondo le frontiere precedenti alla guerra del 1967. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori.

Al momento, i territori palestinesi sono regolati dagli Accordi di Oslo del 1993, che sanciscono che la Cisgiordania è divisa in 3 settori amministrativi: le aree A, B e C. L’area A è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese e rappresenta circa il 18% della Cisgiordania. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina ed è circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, sotto il pieno controllo israeliano, ammonta al 61% della Cisgiordania. Inoltre, in Israele esiste una legge che permette al governo di espropriare i terreni palestinesi appartenenti a privati, a fronte di un’indennità. Su questi terreni sono stati costruiti quelli che vengono definiti “insediamenti israeliani in Cisgiordania”.  Il 13 novembre 2016, il comitato ministeriale israeliano per la legislazione approvò all’unanimità la cosiddetta “legge di formalizzazione”, che permise di “legalizzare” retroattivamente gli avamposti in Cisgiordania, costruiti su terreni privati.

La questione degli insediamenti viene considerata uno dei principali ostacoli al raggiungimento un accordo di pace tra Israele e il popolo palestinese. Da parte sua, anche la comunità internazionale considera gli insediamenti illegali e una violazione della quarta Convenzione di Ginevra, secondo la quale è vietato che una potenza occupante trasferisca parte della propria popolazione in un territorio occupato. I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, tutti territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Cambiando la rotta seguita dai suoi predecessori, l’amministrazione Trump ha preso posizioni molto nette nel conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e ha trasferito la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il supporto all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese a Washington.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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