Proteste in Myanmar: scontri con la polizia

Pubblicato il 12 febbraio 2021 alle 16:24 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I sostenitori della leader deposta del Myanmar, Aung San Suu Kyi, si sono scontrati con la polizia, venerdì 12 febbraio, e centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese hanno preso parte alle manifestazioni contro il colpo di Stato. 

Almeno 3 persone sono rimaste ferite quando la polizia ha utilizzato proiettili di gomma per disperdere una folla di decine di migliaia di manifestanti nella città Sud-orientale di Mawlamyine. Secondo quanto riferito dalla stampa asiatica, la polizia ha caricato i manifestanti. Alcuni video hanno mostrato un agente che afferra una persona e la colpiscono alla testa. Inoltre, sono state lanciate pietre contro la polizia prima che i proiettili di gomma venissero sparati. Le persone ferite erano una donna e due uomini, secondo un funzionario della Croce Rossa, Kyaw Myint, che ha assistito agli scontri.

Nella città più grande del Myanmar, Yangon, centinaia di medici in camice bianco hanno marciato davanti alla pagoda dorata di Shwedagon, un luogo di culto buddista mentre in un’altra parte della città, i tifosi di calcio che indossavano divise della squadra hanno marciato con cartelli contro i militari. I militari hanno interrotto una protesta nella città sud-orientale di Mawlamyine e arrestato diverse persone. Nella città costiera di Dawei, le strade si sono riempite di manifestanti che portavano bandiere rosse con i pavoni, simbolo nazionale di orgoglio e resistenza. Migliaia di persone si sono radunate anche a Myitkyina, la capitale dell’estremo Nord dello stato Kachin. 

Gli scontri e le protesta arrivano il giorno successivo all’annuncio del presidente statunitense, Joe Biden, di sanzioni contro i leader militari che hanno guidato il colpo di Stato in Myanmar, il 10 gennaio. L’amministrazione Biden ha quindi chiesto il “ritorno immediato alla democrazia”. Il presidente ha firmato un ordine esecutivo con il quale sono state autorizzate sanzioni contro i leader del colpo di Stato del primo febbraio scorso, le loro famiglie e i loro interessi economici. Il presidente ha quindi affermato che: “L’Esercito deve rilasciare il potere preso e dimostrare di rispettare la volontà del popolo birmano come espressa in occasione delle elezioni dell’8 novembre”. I dettagli sui soggetti colpiti nello specifico dalle sanzioni saranno rivelati in un secondo momento e, intanto, gli USA hanno congelato un miliardi di dollari di fondi birmani presenti nel proprio Paese.

Più osservatori citati da The Diplomat hanno però messo in dubbio l’effettiva efficacia delle sanzioni statunitensi considerando, ad esempio, che il generale Min Aung Hlaing fosse già oggetto di sanzioni statunitensi dal 2019, per la cosiddetta “pulizia etnica” perpetrata dall’Esercito nei confronti dell’etnia dei Rohingya, ma, ciò nonostante ha deciso di perpetrare comunque il colpo di Stato. Oltre a questo, l’Esercito birmano avrebbe guidato per anni il Paese nonostante varie forme di pressioni internazionali e potrebbe ripetere tali azioni. Il rischio evidenziato rispetto alle sanzioni è che alienerebbero la giunta militare dal governo statunitense e ridurrebbero la sua abilità di influenzare il Paese. In tale quadro, una possibile problematica per gli USA sarebbe rappresentata dalla crescente influenza regionale della Cina che ha strette relazioni economiche e politiche con il Myanmar. Pechino ha finora esortato la comunità internazionale a non esacerbare la situazione in Myanmar e non ha condannato pubblicamente la presa del potere da parte dell’Esercito birmano.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015.

Nonostante il grande apprezzamento da parte della popolazione e il conferimento di un premio Nobel per la pace nel 1991, la sua leadership ha subito però numerose critiche in relazione alla questione dei Rohingya, un’etnia di fede musulmana che ha subito una campagna di violenze iniziata nel 2017 che ha costretto all’esodo di massa centinaia di migliaia di persone, determinando una delle più gravi crisi in corso a livello globale.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.