Myanmar: arrivano le sanzioni di Washington

Pubblicato il 11 febbraio 2021 alle 11:42 in Myanmar USA e Canada

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Il presidente statunitense, Joe Biden, ha annunciato sanzioni contro i leader militari che hanno guidato il colpo di Stato in Myanmar, il 10 gennaio. L’amministrazione Biden ha quindi adottato la prima risposta statunitense agli ultimi sviluppi politici in Myanmar e ha chiesto il “ritorno immediato alla democrazia”.

Biden ha firmato un ordine esecutivo con il quale sono state autorizzate sanzioni contro i leader del colpo di Stato del primo febbraio scorso, le loro famiglie e i loro interessi economici. Il presidente ha quindi affermato che: “L’Esercito deve rilasciare il potere preso e dimostrare di rispettare la volontà del popolo birmano come espressa in occasione delle elezioni dell’8 novembre”. I dettagli sui soggetti colpiti nello specifico dalle sanzioni saranno rivelati in un secondo momento e, intanto, gli USA hanno congelato un miliardi di dollari di fondi birmani presenti nel proprio Paese.

Più osservatori citati da The Diplomat hanno però messo in dubbio l’effettiva efficacia delle sanzioni statunitensi considerando, ad esempio, che il generale Min Aung Hlaing fosse già oggetto di sanzioni statunitensi dal 2019, per la cosiddetta “pulizia etnica” perpetrata dall’Esercito nei confronti dell’etnia dei Rohingya, ma, ciò nonostante ha deciso di perpetrare comunque il colpo di Stato. Oltre a questo, l’Esercito birmano avrebbe guidato per anni il Paese nonostante varie forme di pressioni internazionali e potrebbe ripetere tali azioni. Il rischio evidenziato rispetto alle sanzioni è che alienerebbero la giunta militare dal governo statunitense e ridurrebbero la sua abilità di influenzare il Paese. In tale quadro, una possibile problematica per gli USA sarebbe rappresentata dalla crescente influenza regionale della Cina che ha strette relazioni economiche e politiche con il Myanmar. Pechino ha finora esortato la comunità internazionale a non esacerbare la situazione in Myanmar e non ha condannato pubblicamente la presa del potere da parte dell’Esercito birmano.

A livello interno, in Myanmar, sono tutt’ora in corso proteste della popolazione contro il colpo di Stato in più città e, l’11 febbraio, più manifestanti si sono radunati di fronte all’ambasciata cinese a Yangon, accusando la Cina di sostenere la giunta militare al potere. Pechino ha negato qualsiasi forma di aiuto o coinvolgimento.

Il primo febbraio scorso, i militari del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza nel Paese per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi, poi accusata di aver importato illegalmente sei walkie-talkie, e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim.

L’Esercito ha addotto come motivazione alle proprie azioni le frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre e che avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti. Le forze armate hanno quindi dichiarato che, in base alla sezione 417 della Costituzione, l’Esercito ha preso il controllo sul Paese per indagare sulle presunte frodi elettorali, nonostante anche la Corte suprema avesse dichiarato valido il risultato elettorale. Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese.

Prima degli USA, la Nuova Zelanda era stata il primo Paese ad adottare contro-misure per isolare la giunta militare al potere in Myanmar. Lo scorso 9 febbraio, la premier neozelandese, Jacinda Arden, aveva annunciato l’interruzione dei contatti di alto livello in campo politico e militare con il Myanmar, un bando ai viaggi dei leader militari birmani e restrizioni all’utilizzo del programma di aiuti economici per il Paese. Anche l’Unione europea (UE) ha criticato quanto avvenuto in Myanmar e ha indetto un incontro tra i ministri degli Esteri del blocco per il prossimo 22 febbraio, per rivedere le relazioni dell’UE con il Paese asiatico. Bruxelles prevede di esercitare pressioni economiche sul Myanmar.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. Nonostante il grande apprezzamento da parte della popolazione e il conferimento di un premio Nobel per la pace nel 1991, la sua leadership ha subito però numerose critiche in relazione alla questione dei Rohingya, un’etnia di fede musulmana che ha subito una campagna di violenze iniziata nel 2017 che ha costretto all’esodo di massa centinaia di migliaia di persone, determinando una delle più gravi crisi in corso a livello globale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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