Il presidente del Burkina Faso incontra i vertici dell’UE

Pubblicato il 10 febbraio 2021 alle 19:22 in Burkina Faso Europa

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Il presidente del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré, si è recato a Bruxelles, martedì 9 febbraio, per incontrare, nel corso di una visita ufficiale, gli alti funzionari dell’Unione Europea. Tra questi, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.

L’incontro è stato organizzato con l’obiettivo di rafforzare il partenariato socioeconomico, la sicurezza e la cooperazione sanitaria tra il Burkina Faso e l’UE. Il Paese dell’Africa occidentale, che in un primo momento è riuscito ad evitare una crescita impetuosa dei casi di coronavirus, sta ora cercando di far fronte ad una seconda ondata, ben più grave della prima. Dopo il Belgio, il presidente del Burkina Faso ha visitato la Francia, mercoledì 10 febbraio, incontrando l’omologo di Parigi presso l’Eliseo.

La visita rappresenta anche un’occasione, per il presidente Kaboré, di rafforzare la cooperazione con l’Unione Europea dopo il rinnovamento del suo mandato quinquennale. Alle elezioni del 25 novembre 2015, Kaboré aveva sconfitto, con un certo margine, il presidente del principale partito di opposizione del Burkina Faso, Zephirin Diabre. Lo stesso schema si è ripetuto al termine dell’ultimo voto presidenziale, il 22 novembre 2020, quando Kaboré ha ottenuto il 57,87% dei consensi contro il 12,46% dell’ex ministro delle finanze Diabre, guadagnando per la seconda volta la guida del Paese. 

Il Burkina Faso è, insieme a Mali e al Niger, uno dei Paesi del Sahel più colpiti dal jihadismo e dalla violenza islamista, esplosa in seguito ad un’insurrezione che ha continuato a diffondersi, dall’inizio nel 2012, nel Nord dello Stato africano. Nel 2013, la situazione è peggiorata quando le forze francesi hanno respinto i ribelli islamisti e Tuareg dai territori settentrionali, occupati nel corso dell’anno precedente. Da allora, si verificano periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. Inizialmente le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del Nord ma, nel corso del tempo, si sono estese anche nel centro e nel Sud del Paese. 

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo dell’area e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 4000 persone sono rimaste uccise in attentati perpetrati, nel corso del 2019, tra Burkina Faso, Mali e Niger. Il bilancio del 2020 ha registrato un ulteriore aumento delle violenze nelle regioni del Sahel interessate dal fenomeno, come dimostrano i 1170 attacchi riconducibili ai gruppi islamisti. Il dato rappresenta un aumento del 44% rispetto all’anno precedente e sancisce una crescita ininterrotta della violenza dal 2015. L’anno scorso, le vittime accertate a causa di azioni ad opera di gruppi estremisti islamici africani sono aumentate notevolmente rispetto al 2019, arrivando a 4.122 decessi, corrispondenti a circa il 57% in più rispetto all’anno precedente.

Per lungo tempo risparmiato dai gruppi armati attivi nel Sahel, il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo, è divenuto bersaglio dei movimenti jihadisti in seguito alla caduta dell’ex presidente Blaise Compaore, nell’ottobre 2014. I militanti, alcuni legati ad al-Qaeda, altri allo Stato Islamico, hanno cominciato a infiltrarsi nel Paese dalle regioni del Nord, al confine con il Mali e con il Niger. Da lì, si sono poi spostati in altre direzioni, soprattutto a Est. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione