Iran-Afghanistan: verso una risoluzione delle dispute sull’acqua

Pubblicato il 10 febbraio 2021 alle 19:35 in Afghanistan Iran

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In un ulteriore segno di avvicinamento, l’Iran e l’Afghanistan hanno firmato un accordo riguardante i diritti sull’utilizzo dell’acqua del fiume Helmand, mettendo fine a quasi 50 anni di controversie.  

L’agenzia di stampa iraniana IRNA ha annunciato la notizia il 2 febbraio. L’intesa è arrivata dopo che, nella città orientale di Zabol, che si trova al confine tra i due Paesi, si sono tenuti incontri tra i funzionari del Ministero dell’Energia e del Ministero degli Affari Esteri iraniani e le loro controparti afghane. È stato riferito che entrambe le parti hanno concordato di impegnarsi in una nuova analisi dello stato del bacino idrografico di Helmand e nella concessione dei diritti sull’acqua sulla base degli accordi firmati tra i due Paesi nel 1973. Il Ministero dell’Energia iraniano ha dichiarato che l’analisi si concentrerà principalmente sulla topografia del fiume in modo che l’Iran possa iniziare la costruzione di un bacino idrico. Tuttavia, è in corso una disputa con l’Afghanistan sulla costruzione della diga di Kamal Khan, che Teheran sostiene abbia contribuito al prosciugamento delle sue zone umide. Il governo afghano, tuttavia, ritiene che la diga contribuisca a garantire la propria sicurezza idrica. 

Inizialmente era stato concordato che l’Iran avrebbe ricevuto 26 metri cubi di acqua al secondo, pari a 850 milioni di cm all’anno. Tuttavia, Kabul aveva spesso affermato che Teheran ha approfittato degli anni di conflitto in Afghanistan e della mancanza di infrastrutture idriche e ha ricevuto molto di più di quanto concordato.  Il fiume Helmand è il fiume più lungo dell’Afghanistan e costituisce il 40% delle acque superficiali del Paese. Si alimenta anche nel lago iraniano Hamun nella provincia del Sistan e del Baluchistan del Paese confinante. Le controversie pluridecennali sull’acqua tra Iran e Afghanistan risalgono al 1870, quando Kabul era sotto il controllo britannico. 

La distensione arriva a seguito della visita del mullah Abdul Ghani Baradar, vice leader dei talebani, che si è recato in Iran con una delegazione, per discutere del processo di pace afghano, il 26 gennaio. A tale proposito, il Ministero degli Affari Esteri Afghano (MoFA) ha affermato che il viaggio di Baradar a Teheran è stato condotto in coordinamento con il governo di Kabul. Riguardo a tale visita, un ex comandante talebano, Sayed Akbar Agha, ha affermato: “Il viaggio di oggi in Iran significa che il ruolo di Teheran in Afghanistan è stato un ruolo positivo, non negativo”. Lo stesso 26 gennaio, l’ambasciatore iraniano in Afghanistan, Bahadur Aminian, ha dichiarato che l’Iran supporta l’inclusione dei talebani in un nuovo governo afghano e ha chiesto che il processo di pace non venga monopolizzato da “alcuni Paesi”. A tale proposito, alcuni analisti internazionali ritengono che l’avvicinamento dei talebani a Teheran sia una mossa tattica, finalizzata ad ottenere appoggio internazionale in caso di collasso del governo afghano e presa del potere da parte dei militanti. 

Un piano del genere poteva risultare attuabile, alla luce della promessa di ritiro delle truppe statunitensi dal Paese entro maggio 2021, assicurata dell’accordo con la scorsa amministrazione degli USA. Il presidente uscente, Donald Trump, aveva fortemente sostenuto l’intesa con i talebani firmata a Doha il 29 febbraio 2020, poiché questa gli avrebbe permesso di ritirare le truppe dall’Afghanistan e mettere fine alla più lunga missione statunitense all’estero, come aveva promesso in campagne elettorale e durante il suo mandato. Tuttavia, i talebani sono stati più volte accusati di non aver rispettato i termini dell’accordo, le violenze e gli scontri nel Paese sono aumentati fino a diventare quotidiani e gli esperti temono che un ritiro eccessivo di truppe statunitensi possa far tornare l’Afghanistan nelle mani dei talebani, fornendo nuovamente “un paradiso sicuro” ad alcuni gruppi terroristici islamisti. 

Tuttavia, la situazione potrebbe essere diversa al momento. Il 20 gennaio, il segretario di Stato del presidente Biden, Antony Blinken, ha dichiarato che la nuova amministrazione degli Stati Uniti ha intenzione di “esaminare” l’accordo di pace con i talebani, prima di esprimersi sulla situazione in Afghanistan. Proprio sulla base di tale intesa i rappresentanti dei talebani hanno avviato i colloqui preliminari ai negoziati di pace con i delegati della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, il 12 settembre 2020. I progressi, tuttavia, sono stati lenti e al momento colloqui sono in stallo, anche perché le parti attendono di sapere quale sarà la posizione del nuovo presidente degli USA, Joe Biden, sulla situazione in Afghanistan. Intanto, il 28 gennaio, il Pentagono ha annunciato che non effettuerà un ritiro completo delle truppe dall’Afghanistan entro maggio 2021, come previsto dall’accordo di Doha con i talebani, a causa del mancato rispetto dei termini dell’intesa da parte dei militanti. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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