Siria: gli USA chiariscono il proprio ruolo nel Paese

Pubblicato il 9 febbraio 2021 alle 9:47 in Siria USA e Canada

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Un funzionario del Pentagono ha affermato, l’8 febbraio, che le forze statunitensi in Siria sono impegnate nella lotta al terrorismo e non nella salvaguardia dei giacimenti petroliferi, così come stabilito dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump.

A riferirlo, è stato il portavoce del Pentagono, John Kirby, secondo cui i circa 900 tra soldati e funzionari di Washington, stanziati nel Paese mediorientale, non sono autorizzati a fornire assistenza ad alcuna compagnia privata, né tantomeno a impiegati e operatori che cercano di sviluppare le risorse petrolifere della Siria. Le truppe statunitensi, è stato chiarito dal portavoce, hanno il solo obiettivo di proteggere i civili, ed è questo che giustifica la permanenza delle forze USA nelle regioni circostanti ai giacimenti. “La nostra missione è sconfiggere l’ISIS”, ha affermato Kirby.

Come evidenziato da più parti, una dichiarazione simile mette in luce un ulteriore cambiamento nella politica estera del presidente statunitense Joe Biden, rispetto a quella adottata dal suo predecessore, Trump. Proprio durante la precedente amministrazione, il 30 luglio 2020, una compagnia petrolifera statunitense, Delta Crescent Energy LLC, aveva siglato un accordo con le Syrian Democratic Forces (SDF) per operazioni di modernizzazione nei giacimenti petroliferi già esistenti situati nel Nord-Est della Siria.

Il petrolio rappresenta una delle principali fonti di guadagno della regione siriana autonoma controllata dalle Syrian Democratic Forces, un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni, che, fin dalla sua formazione, il 10 ottobre 2015, ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea. Tuttavia, nell’ottobre 2019, Washington aveva annunciato che avrebbe ritirato gran parte delle proprie truppe dal Nord-Ovest della Siria, pur lasciandone un “piccolo numero” per proteggere proprio i giacimenti petroliferi.

Le SDF controllano tuttora buona parte delle ricchezze petrolifere siriane, concentrate soprattutto nel Nord e nel Nord-Est della Siria. Tra i giacimenti più rilevanti si annoverano il giacimento di Rmelain, situato nei pressi dei confini turco e iracheno, e il giacimento di Al-Omar, posto più a Sud. Il governo legato al presidente siriano, Bashar al-Assad, al contrario, ha un controllo più limitato sulle risorse petrolifere del Paese. Motivo per cui, il petrolio siriano ha spesso rappresentato un “argomento radioattivo”, viste le accuse rivolte da Damasco verso Washington di furto delle risorse petrolifere siriane, soprattutto dopo che Trump aveva annunciato la permanenza di 500 soldati delle Forze speciali nella regione controllata dai gruppi curdi.

Ad ogni modo, le truppe statunitensi continuano ad essere attive nel Nord-Est della Siria. A tal proposito, nel mese di gennaio scorso, fonti siriane hanno rivelato di aver monitorato l’invio di nuovi rinforzi e, nello specifico, di equipaggiamento militare e materiale logistico, nell’area di Yaroubia, nella periferia Est di Hasakah. Inoltre, sono stati trasferiti carri armati e veicoli militari presso Al-Malikiyah, città anch’essa situata nella periferia di al-Hasakah, vicino al confine con la Turchia, dove non si esclude l’ipotesi che Washington voglia stabilire una nuova base, alla luce delle minacce di Ankara di lanciare un’operazione militare per prendere il controllo dell’area di confine.

Le dichiarazioni di Kirby e la concomitante mobilitazione di Washington sono giunte in un momento in cui lo Stato Islamico continua a far sentire la propria presenza. Uno degli ultimi episodi risale all’8 febbraio, quando circa 26 soldati di Assad hanno perso la vita a seguito di un’imboscata tesa dall’organizzazione terroristica nel governatorato orientale di Deir Ezzor. Nel corso del 2020, attacchi, bombardamenti e imboscate hanno riguardato soprattutto l’area dell’Eufrate occidentale, della valle di Deir Ezzor, oltre a Raqqa, Homs e As-Suwayda, e tra i principali obiettivi vi sono state le Syrian Democratic Forces, le stesse che avevano annunciato la fine del califfato jihadista autoproclamatosi il 29 giugno 2014.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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