Somalia: l’opposizione non riconosce più il presidente

Pubblicato il 8 febbraio 2021 alle 19:15 in Africa Somalia

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I leader dell’opposizione somala hanno dichiarato di non riconoscere più il presidente, Mohamed Abdullahi Mohamed, dopo che il suo mandato è scaduto senza aver trovato un’intesa su un percorso politico da seguire per organizzare elezioni che lo sostituiscano. La nazione del Corno d’Africa avrebbe dovuto tenere il voto prima dell’8 febbraio, ma il governo centrale e gli Stati federali non sono riusciti a sbloccare la situazione di stallo e a decidere su come procedere con le elezioni. La crisi politica della Somalia, si aggiunge ora all’insurrezione islamista guidata da al-Shabaab, all’invasione di locuste, alla pandemia di coronavirus e alla carestia.

Una coalizione di candidati dell’opposizione ha sollecitato il presidente, meglio conosciuto con il soprannome di Farmajo, a “rispettare la Costituzione” e ad assicurare un trasferimento pacifico del potere nel Paese africano. “A partire dall’8 febbraio 2021, il consiglio dei candidati dell’opposizione non riconosce Farmajo come presidente”, si legge in una nota ufficiale, che aggiunge: “Il consiglio non accetterà alcuna forma di estensione del mandato tramite pressione”. Il gruppo è alleato contro l’attuale capo di Stato ma comprende figure che si candidano individualmente per sostituire il Mohamed Abdullahi Mohamed, compresi due ex presidenti della Somalia. I leader dell’opposizione hanno altresì chiesto la creazione di un consiglio nazionale di transizione, con all’interno i portavoce del parlamento, varie figure dell’opposizione, leader regionali e gruppi della società civile per guidare il Paese in questo periodo critico. Nessun commento immediato è stato ancora rilasciato da parte della presidenza.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere per la sicurezza nazionale della Somalia e fondatore del think tank Hiraal, con sede a Mogadiscio, ha affermato che il gruppo armato di al-Shabaab aveva già approfittato del vuoto di sicurezza per lanciare attacchi in diverse parti centrali del Paese, relativamente pacifiche da circa un decennio. “Questo è un fallimento del presidente, dell’élite politica somala e della comunità internazionale. Non avevano un piano B per andare avanti”, ha dichiarato Ali. Domenica 7 febbraio, 12 agenti di sicurezza sono stati uccisi da una bomba sul ciglio della strada fuori dalla città di Dhusamareb, nella Somalia centrale, dove i leader politici si stavano incontrando per cercare di risolvere i disaccordi sul processo di elezione presidenziale. Al-Shabaab ha anche lanciato ripetuti attacchi di mortaio contro il centro abitato. Tra le vittime c’è Abdirashid Abdunur, capo dell’agenzia di intelligence a Dhusamareeb. L’attacco è avvenuto circa una settimana dopo che quattro attentatori suicidi, anche loro membri dell’organizzazione terroristica, hanno ucciso almeno 6 persone in un albergo di Mogadiscio. La sera del 31 gennaio, un veicolo carico di esplosivo si è schiantato contro il cancello d’ingresso dell’hotel Afrik, vicino all’incrocio strategico K-4, nel centro della città. Il portavoce della polizia, Sadiq Adan Ali, ha specificato che alcuni uomini armati si sarebbero poi precipitati dentro l’albergo, aprendo il fuoco sul personale e sui clienti.

Il presidente Farmajo, in corsa per un secondo mandato, ha accusato i suoi rivali di rinnegare un precedente accordo politico, raggiunto a settembre, in base al quale erano state stabilite le tempistiche per il voto. In realtà, a far precipitare la situazione è stata l’impasse sulla questione di Ghedo, una regione che fa parte dello Stato dell’Oltregiuba, il cui presidente, Ahmed Madobe, avrebbe respinto la decisione federale di gestire il processo elettorale nell’area, in particolare nel capoluogo Garba Harre, città natale di Farmajo. Il capo di Stato somalo ha insistito sul fatto che sarebbe stato il governo federale a occuparsi direttamente della gestione nel collegio elettorale del capoluogo, ma Madobe ha fin da subito rifiutato la proposta e accusato Farmajo di voler creare divisioni e innescare un nuovo conflitto in Somalia per un suo tornaconto personale. Tre giorni di colloqui tra le parti sono crollati, venerdì 5 febbraio, senza un accordo. La scorsa settimana, i sostenitori stranieri del governo, comprese le Nazioni Unite e l’Unione africana, hanno messo in guardia il Paese da qualsiasi tentativo di tenere elezioni parziali o processi elettorali che non abbiano avuto un ampio consenso generale. Nel sistema somalo, delegati speciali scelti dagli anziani dei vari clan somali dovrebbero scegliere i legislatori, i quali a loro volta sceglierebbero il presidente. Il Paese aveva inizialmente puntato a organizzare la sua prima elezione diretta in oltre 30 anni, ma i ritardi nei preparativi e l’incapacità del governo di frenare gli attacchi di al-Shabaab hanno comportato la scelta di un voto indiretto. 

Forti divergenze tra governo e opposizione permangono anche sulla questione del ritiro dei militari dell’Esercito nazionale somalo (Sna) dalla regione di Ghedo. Le autorità locali e diversi leader anti-governativi chiedono da tempo il loro ritiro ma, per risolvere la questione, è stata avanzata l’ipotesi di un dispiegamento di una forza di polizia della missione dell’Uniona Africana (AMISOM) al fine consentire lo svolgimento delle elezioni in sicurezza. Le autorità regionali di almeno due dei cinque stati federali della Somalia, ovvero Puntland e Giubaland, si oppongono per ora allo svolgimento delle elezioni.

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Chiara Gentili

di Redazione

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