Siria: il campo di al-Hol, una “bomba a orologeria”

Pubblicato il 8 febbraio 2021 alle 12:05 in Medio Oriente Siria

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Secondo quanto riferito dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) il 7 febbraio, nel campo profughi di al-Hol, situato nel Nord-Est della Siria, al confine con l’Iraq, sono stati perpetrati 13 “crimini” nel corso di un solo mese, mentre circa 100 famiglie sono state costrette a sfollare.

A detta del SOHR, il campo potrebbe divenire una “bomba a orologeria”, in grado di scatenare un’ondata di caos nella Siria Nord-Orientale. Tale considerazione deriva da un aumento nel numero di crimini, soprattutto uccisioni, documentati nell’accampamento, la cui responsabilità è stata attribuita allo Stato Islamico. Al-Hol, situato nell’estremo Sud-Est di Hasakah, è posto sotto il controllo delle autorità curde affiliate alla coalizione internazionale anti-ISIS. Il luogo ospita più di 70.000 persone, tra cui oltre 11.000 familiari di sospetti combattenti dell’ISIS di diverse nazionalità, tra cui decine di migliaia di donne e bambini provenienti dalla Siria e dall’Iraq. Tali cifre rappresentano un enorme fardello per le forze curde, le quali si trovano spesso a far fronte anche ad episodi di criminalità, oltre ai numerosi tentativi di fuga.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Siriano, al-Hol è divenuto uno “staterello” occupato da membri dello Stato Islamico e dalle loro famiglie, i quali sono gli artefici di una crescente crisi che la comunità internazionale, al momento, prova a ignorare, per evitare che gli ex combattenti dell’ISIS ritornino nei propri Paesi d’origine. Tuttavia, riferisce il SOHR, caos e insicurezza continuano ad aumentare. In un solo mese, sono stati documentati 13 omicidi. Tra le vittime, 9 rifugiati iracheni, di cui un bambino e 3 donne, mentre altri 3, tra cui una donna, erano di nazionalità siriana. Uno dei responsabili delle uccisioni, riferisce il SOHR, è stato ucciso a seguito dell’esplosione di una bomba, mentre le forze di sicurezza curde Asayish gli davano la caccia.

Parallelamente, le Syrian Democratic Forces (SDF) sono impegnate in campagne di sicurezza volte a frenare fenomeni quali contrabbando e corruzione, mentre sono le stesse autorità curdo-siriane le responsabili dello sfollamento di 98 famiglie siriane, alla luce di quanto stabilito dal Consiglio Democratico Siriano, l’ala politica delle SDF. Come precisato dal SOHR, le operazioni di “svuotamento” del campo sono avvenute in due fasi. La prima ha avuto luogo il 19 gennaio, quando sono state 31 le famiglie sfollate, pari a circa 99 individui, per la maggior parte residenti nella città e nella periferia di Hasakah, mentre la seconda si è svolta il 28 gennaio e ha visto l’allontanamento di 67 famiglie, per un ammontare di circa 236 persone.

In realtà, già il 5 ottobre 2020, le autorità curdo-siriane avevano riferito di voler rimpatriare circa 20.000 civili siriani detenuti nel campo di al-Hol, ritenuti essere imparentati con combattenti dello Stato Islamico o provenire da aree dominate da tale organizzazione terroristica. Dal canto loro, i detenuti hanno più volte smentito affermazioni simili, dichiarando di essere fuggiti dall’ISIS e dai bombardamenti condotti dalle forze del presidente siriano, Bashar al-Assad, oltre che dalla coalizione internazionale a guida statunitense.

Nel 2014, anno in cui l’ISIS era riuscito a prendere il controllo di vaste aree in Iraq e Siria, migliaia di combattenti portarono le proprie mogli e figli nei campi dell’Est della Siria, mentre lo Stato Islamico annunciava, unilateralmente, l’istituzione del proprio califfato. Dal canto loro, nel corso degli anni, le autorità curde hanno più volte esortato la comunità internazionale e i Paesi originari dei familiari dei combattenti ISIS a rimpatriare i propri cittadini. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, tali richieste non sono state accolte, come evidenziato dal sottosegretario generale delle Nazioni Unite per la lotta al terrorismo, Vladimir Voronkov. Per Voronkov, il campo ospita “vittime del terrorismo” che non comprendevano cosa stessero facendo quando hanno accompagnato le proprie famiglie in Siria e in Iraq. 

In tale quadro, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) aveva dichiarato, ad agosto 2020, che 8 bambini erano deceduti e che gran parte degli altri 40.000 bambini, provenienti da 60 Paesi diversi, riversavano in condizioni precarie, ulteriormente esacerbate dalla pandemia di Coronavirus.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

 

di Redazione