Tunisia: le proteste più partecipate degli ultimi anni

Pubblicato il 6 febbraio 2021 alle 19:30 in Africa Tunisia

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Migliaia di manifestanti sono scesi in strada a Tunisi, il 6 febbraio, in occasione dell’ottavo anniversario dall’uccisione dell’attivista Chokri Belaid, dando vita a quella che è stata definita la più grande manifestazione degli ultimi anni, nel Paese.  I partecipanti hanno protestato contro gli abusi della polizia che, a loro detta, starebbe mettendo a repentaglio le libertà ottenute dalla popolazione in seguito alla rivoluzione del 2011.

I cittadini si sono riversati nella capitale tunisina sfidando un lockdown imposto dalle autorità e i blocchi delle strade da parte della polizia in più aree della città. In particolare, le forze dell’ordine hanno schierato i poliziotti anti-sommossa intorno al centro della capitale, impedendo a vetture e pedoni di accedere al viale Habib Bourguiba, dove si sono riuniti i manifestanti.

Oltre a ricordare la morte di Belaid e lamentare minacce poste ai propri diritti dalla polizia, la rabbia della popolazione è stata di recente alimentata dall’aumento dei prezzi, della disoccupazione e da un senso di distacco con la classe politica nazionale. a tal proposito, il 6 febbraio, alcuni manifestanti hanno anche declamato slogan contro uno tra i maggiori partiti tunisini, Ennahda, che rappresenta gli islamisti moderati e che, negli anni, ha preso parte a più coalizioni di governo.

Le proteste del 6 febbraio hanno poi attirato l’attenzione di molti anche perché sono state appoggiate per la prima volta dal più grande sindacato tunisino, l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), che conta circa un milione di iscritti. Un dirigente della UGTT ha dichiarato: “Quello di oggi è un grido d’allarme per difendere la rivoluzione e proteggere le libertà, ora sotto minaccia”. 

È stato stimato che, in tutta la Tunisia, nel solo mese di gennaio 2021 siano state oltre 1.000 le persone arrestate in connessione alle proteste tunisine e, secondo alcuni report poi negati dal Ministero dell’Interno, i detenuti, una volta in carcere avrebbero subito violenze. Il 5 gennaio, Human Rights Watch ha poi chiesto che venga avviata un’indagine sull’eccessivo utilizzo della forza da parte della polizia durante le manifestazioni in strada, in seguito alla morte del manifestante Haykel Rachdi, deceduto a causa di ferite gravi alla testa, riportate in seguito ad uno scontro con la polizia. Secondo Human Rights Watch la polizia tunisina avrebbe fatto uso eccessivo della forza in più occasioni ma lo stesso premier del Paese, Hichem Machichi, lo scorso 19 gennaio, aveva affermato che le forze dell’ordine si stessero comportando professionalmente.

Le proteste in Tunisia sono iniziate il 15 gennaio scorso a Siliana, un centro situato a 130 km da Tunisi, e da allora non si sono mai interrotte. La popolazione è scesa in strada a Tunisi, in particolar modo nei sobborghi più poveri della città, a cadenza pressoché giornaliera, contando più centinaia di persone. In risposta, le autorità tunisine hanno imposto un coprifuoco e hanno innalzato le misure di sicurezza imposte, ciò nonostante, si è trattato perlopiù di proteste violente.

Più gruppi di manifestanti, tra cui vi sono anche molti giovani, sono stati accusati di atti di vandalismo contro proprietà pubbliche e private e durante gli scontri con le forze dell’ordine avrebbero lanciato pietre e utilizzato esplosivi per rispondere ai gas lacrimogeni e alle bombe ad acqua impiegate, invece, dagli agenti di polizia.  Dal 17 gennaio, poi, le autorità tunisine hanno poi richiesto anche la presenza dell’Esercito, per cercare di placare le tensioni e salvaguardare le istituzioni statali tunisine.

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Camilla Canestri

di Redazione

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