Il Belgio condanna un diplomatico iraniano per tentato attacco terroristico

Pubblicato il 4 febbraio 2021 alle 19:10 in Belgio Iran

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Il tribunale di Anversa, in Belgio, ha condannato a 20 anni di carcere un diplomatico di Teheran, Assadollah Assadi, accusato di aver pianificato un attentato, sventato nel 2018, vicino a Parigi, contro un gruppo di opposizione iraniano in esilio. È la prima volta, dalla rivoluzione iraniana del 1979, che un funzionario di Teheran affronta accuse di questo genere in Europa. Oltre al diplomatico, altri 3 cittadini iraniani sono stati condannati rispettivamente a 15, 17 e 18 anni di carcere.

Giovedì 4 febbraio, gli avvocati della procura belga e le parti civili dell’accusa hanno affermato che Assadolah Assadi era colpevole di tentato “terrorismo” dopo che un complotto, finalizzato a bombardare una manifestazione del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (NCRI), nel giugno 2018, era stato sventato dalla polizia tedesca, francese e belga. “La sentenza mostra due cose: che un diplomatico non possiede l’immunità per atti criminali e che è evidente la responsabilità dello Stato iraniano in quella che avrebbe potuto essere una carneficina”, ha detto ai giornalisti, fuori dal tribunale di Anversa, l’avvocato della procura belga, Georges-Henri Beauthier.

Assadi, che ora ha 49 anni, era stato assegnato alla missione iraniana in Austria quando aveva fornito esplosivi per l’attacco pianificato. È stato arrestato in Germania, dove non aveva l’immunità diplomatica. La coppia belga-iraniana formata da Nasimeh Naami, 36 anni, e Amir Saadouni, 40, aveva ricevuto da Assadi mezzo chilogrammo di esplosivo TATP e un detonatore. Naami sconterà una condanna pari a 18 anni di reclusione, Saadouni ne affronterà 15. Il poeta iraniano, residente in Belgio, Mehrdad Arefani, complice di Assadi, è stato condannato a 17 anni.

L’episodio del 30 giugno 2018, avvenuto a Villepinte, vicino a Parigi, era stato organizzato per colpire una manifestazione del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, legato al partito dei Mojahedin del Popolo Iraniano (Mojahedin-e Khalq o MEK). Si tratta di un gruppo iraniano dell’opposizione che ambisce a rovesciare il governo e che per molto tempo è stato considerato un’organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e dall’Europa. Il gruppo è stato nella “lista del terrorismo USA” dal 1997 al 2012. Il partito è tuttora bandito in Iran.

“È stato stabilito che il regime iraniano utilizza il terrorismo come strumento di governo e sono coinvolti i più alti livelli del regime iraniano”, ha dichiarato, fuori dall’aula del tribunale, Shahin Gobadi, un portavoce con sede a Parigi dell’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano, che fa parte dell’NCRI. Uno degli avvocati della difesa ha affermato che avrebbe chiesto l’appello. L’Iran, dal canto suo, ha negato il coinvolgimento nel complotto, definendo le accuse “un’invezione superficiale”. Funzionari francesi sostengono che Assadi gestisse una rete di intelligence statale iraniana e agisse su ordine di Teheran. L’uomo non ha partecipato alle udienze, che si sono svolte a porte chiuse in condizioni di massima sicurezza, e non ha rilasciato commenti sulla sentenza. A marzo, l’imputato avvertito le autorità di possibili ritorsioni da parte di gruppi non identificati se fosse stato giudicato colpevole. L’aula era pesantemente sorvegliata, con veicoli blindati all’esterno ed elicotteri della polizia in aria.

In un comunicato diffuso dalla televisione di stato iraniana, il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, ha dichiarato: “Purtroppo il Belgio e alcuni Paesi europei hanno intrapreso un’azione illegale e ingiustificabile. Pertanto, devono essere ritenuti responsabili per la grave violazione dei diritti dei diplomatici del nostro Paese”.

La sentenza arriva in un momento delicato per le relazioni tra Occidente e Iran. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sta valutando se revocare le sanzioni economiche su Teheran imposte da Trump durante la sua amministrazione e sta pensando di rientrare nello storico accordo sul nucleare iraniano del 14 luglio 2015, il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). L’8 maggio 2018, durante la presidenza dell’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. Ora, con il cambio alla presidenza statunitense e la nomina di Biden, gli USA hanno mostrato la volontà di tornare a far parte dell’accordo, ma si sono opposti alle pressioni dell’Iran, il quale, pur dicendosi disposto a porre fine alle violazioni dell’accordo, sostiene che debba essere Washington a fare il primo passo.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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