Siria, Nord-Est: raggiunto un accordo grazie alla mediazione di Mosca

Pubblicato il 3 febbraio 2021 alle 11:00 in Medio Oriente Siria

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Le Syrian Democratic Forces (SDF) hanno accettato di porre fine all’assedio sul centro della città di Hasakah, nel Nord-Est della Siria, dopo settimane di tensioni con le forze del governo di Damasco, legato al presidente Bashar al-Assad.

Stando a quanto riferito dal quotidiano al-Arab, l’accordo è stato raggiunto il 2 febbraio, grazie alla mediazione della Russia, alleata di Assad nella cornice del perdurante conflitto siriano. Tuttavia, specifica il quotidiano, non è chiaro se le forze filogovernative abbiano accettato di ritirarsi dalle aree a maggioranza curda, da loro occupate, nel governatorato di Aleppo.

Hasakah, città situata vicino al confine con la Turchia, è stata testimone di un clima di tensione, scaturito da una situazione di “assedio reciproco” da parte delle forze di Assad e delle SDF. Il governo di Damasco detiene il controllo di una parte della città, tra cui il centro e alcuni edifici governativi, mentre, per il resto, il luogo è posto sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria, una regione autonoma de facto, non riconosciuta da Damasco, e considerata dai nazionalisti curdi una delle quattro parti del Kurdistan. Circa Qamishli, il governo siriano continua a gestire l’aeroporto, e gli stipendi dei dipendenti vengono pagati dallo Stato.

Per più di 22 giorni, le forze di sicurezza interna curde hanno assediato le aree di influenza del regime ad Hasakah e Qamishli, mentre le forze filogovernative sembrano tuttora assediare diverse città e villaggi controllati dalle SDF nella periferia settentrionale di Aleppo, all’interno di quella che è conosciuta come l’area di al-Shahba, dove i posti di blocco della Quarta Divisione e delle forze aeree di Damasco hanno impedito l’ingresso di farina, carburante e medicinali, imponendo ingenti royalties a chi desiderava entrare.

Di fronte a tale scenario, è intervenuta Mosca, la quale, racconta al-Arab, ha profuso intensi sforzi per evitare che le tensioni provocassero una più violenta escalation. Secondo alcuni analisti, la Russia non desidera che la regione Nord-orientale della Siria venga destabilizzata, in quanto ciò potrebbe provocare un nuovo conflitto che non verrebbe ben visto dagli Stati Uniti, i quali si sono detti disposti a salvaguardare il ruolo delle SDF nel panorama siriano, considerato un loro partner fondamentale.

In tal modo, dopo che le SDF hanno raggiunto un accordo con il mediatore russo, il governatore di Hasakah, il maggiore generale Ghassan Khalil, il 2 febbraio, ha annunciato che le forze curde avevano iniziato a liberare alcuni quartieri di Qamishli e che nelle ore successive si sarebbero allontanate anche da Hasakah e dalle altre aree precedentemente assediate, così da consentire l’ingresso di carburante, farina e altri beni. “Sono stati compiuti passi in avanti per revocare l’assedio imposto dalle milizie…speriamo che ciò continui in entrambe le città”, ha affermato il governatore di Hasakah. La notizia è stata confermata anche dalle forze di sicurezza interna curde, mentre gli abitanti locali hanno riferito che i blocchi alle vie di accesso al centro di Qamishli e ai quartieri d Tayy e Halako erano stati rimossi, consentendo alle auto di spostarsi liberamente. Per le SDF, si è trattato di un gesto di “buona volontà”, volto a preservare il sangue della popolazione siriana, nel tentativo di favorire unità e stabilità.

L’accordo raggiunto con la mediazione russa ha posto fine a settimane di crescenti tensioni, caratterizzate altresì da proteste quotidiane e scontri violenti durante i quali le forze delle SDF sono state accusate di aver sparato contro i manifestanti filo-Assad. Da parte sua, l’amministrazione a guida curda ha accusato Damasco di incitare i capi tribù della provincia di Hasakah, a predominanza araba, a ribellarsi contro il loro governo.

Sebbene le forze di Assad e le SDF abbiano vissuto per anni in maniera apparentemente pacifica, Damasco accusa le forze curde di continuare a “imporre un assedio soffocante” e di impedire l’ingresso di macchinari e rifornimenti nelle aree settentrionali del Paese. Le SDF, invece, accusano il regime di aver assediato diverse aree a maggioranza curda nel governatorato di Aleppo, nel Nord della Siria, e di imporre procedure e tariffe per l’ingresso delle merci. Tuttavia, erano stati proprio i gruppi curdi a richiedere l’aiuto di Assad quando, il 9 ottobre 2019, Ankara ha dato inizio all’operazione “Fonte di pace”, volta ad allontanare le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia.

Assad, inoltre, negli ultimi mesi, ha rivolto accuse contro le Unità di Protezione Popolare curde (YPG), braccio armato principale, nonché forza preponderante, delle SDF, affiliate altresì al Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK). In particolare, le YPG sono state accusate di tradimento e di aver aiutato Washington a impadronirsi delle risorse petrolifere e di grano della Siria. Dall’altro lato, Damasco è stata ritenuta responsabile di una perdurante repressione contro la minoranza curda, ritenuta vittima di un governo monopartitico dalle ideologie affini al nazionalismo arabo.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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