Etiopia: 20.000 rifugiati dispersi nel Tigray

Pubblicato il 3 febbraio 2021 alle 17:33 in Africa Etiopia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

In Etiopia, circa 20.000 rifugiati risultano dispersi dopo la distruzione di due campi profughi nella regione settentrionale del Tigray, devastata dalla guerra. L’annuncio è stato diffuso dalle Nazioni Unite, le quali hanno specificato che la maggior parte delle persone proveniva dalla vicina Eritrea. I centri di Hitsats e Shimelba, dove si concentravano molti dei richiedenti asilo della regione, sono stati distrutti nei combattimenti, scoppiati il 4 novembre e tuttora in corso, tra il governo centrale di Addis Abeba e le forze regionali del Tigray. A gennaio, le immagini satellitari hanno mostrato la distruzione dei due campi profughi, che ospitavano ciascuno migliaia di eritrei.

Secondo quanto riferito dall’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi, circa 3.000 persone sono state trasferite in un altro campo a Mai-Aini, dove le Nazioni Unite possono accedere. Molti altri rifugiati della regione “sono stati colti dal fuoco incrociato, rapiti e costretti a tornare in Eritrea sotto costrizione dalle forze eritree”, ha sottolineato Grandi, citando le testimonianze raccolte durante una visita di quattro giorni per incontrare i funzionari etiopi. 

Da quando sono iniziati i combattimenti nel Tigray, migliaia di persone sono morte e centinaia di migliaia sono state costrette a lasciare le loro case. I dati sul numero effettivo delle vittime e dei dispersi non sono certi, considerato il fatto che l’accesso alla regione è limitato e le comunicazioni scarse. Le organizzazioni umanitarie, tuttavia, hanno fatto sapere che ci sono carenze di cibo, acqua e medicine in tutta l’area, abitata da oltre cinque milioni di persone.

Grandi ha invitato il governo etiope a fare di più per proteggere i civili del Tigray dalle conseguenze del conflitto. “Anche se non spetta a me dare un giudizio politico, ho la responsabilità di dire al governo che deve aiutare a minimizzare ed eliminare l’impatto di questa situazione sui civili”, ha affermato il commissario ONU, sottolineando che la situazione nella regione è estremamente grave e che è necessario un sostegno urgente per evitare che le cose peggiorino. “La nostra priorità principale è ottenere l’accesso per fornire aiuto e protezione”, ha chiarito il funzionario delle Nazioni Unite.

Un’amministrazione regionale con sede a Mekelle, fedele al governo centrale, ha affermato che la vita nell’area starebbe tornando alla normalità. Anche il governo del primo ministro, Abiy Ahmed, sostiene che Addis Abeba stia inviando tutti gli aiuti necessari. Ciononostante, gli operatori delle Nazioni Unite e alcuni funzionari del Tigray continuano a dirsi preoccupati della possibilità che scoppi un disastro umanitario. Le agenzie di soccorso, come il Comitato internazionale della Croce Rossa, hanno dichiarato di non riuscire ad accedere a molte aree per provvedere alla fornitura degli aiuti umanitari.

Grandi ha sottolineato che la situazione umanitaria nel Tigray è “molto grave, molto urgente” e che “senza ulteriori azioni peggiorerà”, specificando che i maggiori impedimenti nell’offerta dei soccorsi sono rappresentati dalle condizioni di sicurezza e dalle autorizzazioni delle autorità centrali. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, circa 100.000 persone risultano attualmente sfollate nel Tigray e circa 60.000 sono state costrette a rifugiarsi in Sudan. Alcuni Paesi occidentali hanno chiesto l’apertura di un’indagine sulle segnalazioni di aggressioni e abusi commessi nei campi profughi invasi dalle forze di sicurezza. Nel frattempo, il governo etiope ha deciso di istituire una task force per indagare sulle violenze contro le donne in Tigray e il Ministero per le Donne, i Bambini e la Gioventù ha promesso tolleranza zero contro qualsiasi forma di abuso sessuale.

Il primo ministro Abiy ha ordinato l’avvio di operazioni militari nella regione settentrionale, dopo aver affermato che il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF) aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nell’area, dichiarazioni che il governo tigrino nega apertamente. Il TPLF è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del Popolo etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy salisse al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese. 

I combattimenti, nonostante Abiy abbia dichiarato la vittoria sul Fronte tigrino, il 28 novembre, continuano in alcune aree intorno a Mekelle e quasi 2,3 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a inizio gennaio.

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo, che tutte le votazioni avrebbero dovuto essere rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Pertanto, entrambe le parti si ritengono a vicenda “illegittime” e i parlamentari federali hanno stabilito che il governo di Abiy dovrebbe interrompere i contatti e il finanziamento alla leadership del Tigray.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.