Il Regno Unito sanziona 4 alti funzionari dello Zimbabwe

Pubblicato il 1 febbraio 2021 alle 20:08 in UK Zimbabwe

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Il Regno Unito ha imposto sanzioni contro 4 membri dell’apparato di sicurezza dello Zimbabwe per presunte violazioni dei diritti umani. La mossa prevede limitazioni sui viaggi in Gran Bretagna e il congelamento dei beni nelle banche britanniche.

Applicando un nuovo regime di sanzioni dopo l’uscita dall’Unione Europea, il Regno Unito ha giustificato la sua decisione citando il caso della repressione delle proteste del gennaio 2019, che ha ucciso 17 persone, e della violenza post-elettorale, nel 2018, perpetrata dalle forze di sicurezza del Paese. Per via di queste accuse, Londra ha introdotto sanzioni contro il ministro per la Sicurezza dello Zimbabwe, Owen Ncube, e contro capi di polizia e membri di agenzie di intelligence.

“Queste sanzioni inviano un messaggio chiaro, ovvero che terremo conto dei responsabili delle violazioni più eclatanti dei diritti umani, come la morte di innocenti cittadini dello Zimbabwe”, ha affermato in una dichiarazione il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab. “Queste sanzioni prendono di mira persone di alto livello del governo zimbabwese e non i normali cittadini. Continueremo a premere per le riforme politiche ed economiche necessarie, che andranno a vantaggio di tutti gli abitanti dello Zimbabwe”, ha aggiunto. Oltre al ministro per la Sicurezza, gli altri tre ufficiali citati includono il capo della Central Intelligence Organization, Isaac Moyo, il commissario generale della polizia della Repubblica dello Zimbabwe, Godwin Matanga, e un ex comandante della guardia presidenziale, Anselem Sanyatwe.

La dichiarazione del Regno Unito, pubblicata lunedì primo febbraio, ha sottolineato che la decisione “garantisce che queste persone non possano viaggiare liberamente nel Regno Unito, trasferire denaro attraverso le banche britanniche o trarre profitto dalla nostra economia”. Ncube e Sanyatwe erano già stati presi di mira dalle cosiddette United Sanctions, nel marzo dello scorso anno. In reazione alla notizia, il portavoce del governo zimbabwese, Nick Mangwana, ha affermato su Twitter che nessuno dei quattro funzionari sanzionati possiede beni nel Regno Unito, né ha mostrato alcun interesse a viaggiare lì negli ultimi tre anni.

I funzionari sono stati accusati di responsabilità per la morte di 17 cittadini dello Zimbabwe, nel gennaio 2019, uccisi durante l’attacco dell’esercito contro i manifestanti che marciavano contro un forte aumento del prezzo del carburante. Secondo Londra, i suddetti ufficiali sono stati anche presumibilmente complici dei soldati che, un anno prima, avevano aperto il fuoco sui civili disarmati che protestavano contro un ritardo nei risultati delle elezioni dell’agosto 2018, uccidendo 6 persone. Quell’attacco suscitò una forte ondata di indignazione internazionale contro il presidente zimbabwese, Emmerson Mnangagwa. Quest’ultimo, sostenitore del partito al governo, l’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF), è stato accusato di impiegare le stesse tattiche pesanti del suo predecessore, Robert Mugabe, che ha abusato, minacciato e arrestato arbitrariamente critici e attivisti.

Lo Zimbabwe, situato nel Sud del continente africano, ha vissuto un grande cambiamento il 30 luglio 2018. Dopo 30 anni, si sono tenute nuove elezioni per scegliere il presidente del Paese. L’ex leader, il 93enne Mugabe, in carica dal 31 dicembre 1987, era stato accusato di aver represso violentemente l’opposizione e manipolato le elezioni. Nel corso dell’assedio militare che lo ha costretto a dimettersi, il 21 novembre 2017, l’esercito confinò Mugabe nella propria abitazione, per poi prendere il controllo della televisione di Stato e impedire l’accesso agli edifici governativi. Tale assedio sarebbe stato causato dalla decisione dell’ex presidente di licenziare l’allora suo vice, Emmerson Mnangawa, il quale gli succedette alla guida del Paese. I suoi sostenitori lo vedevano come un nazionalista che aveva combattuto contro il colonialismo e contro le potenze occidentali “neo-imperialiste”; i suoi oppositori, invece, lo biasimavano per aver distrutto l’economia del Paese, una volta conosciuto come il “granaio dell’Africa”. Ad oggi, lo Zimbabwe, Stato dell’Africa orientale, versa in una grave situazione sociale ed economica, caratterizzata da iper-inflazione, stipendi stagnanti, carenza di valuta estera, una moneta in rapido indebolimento, bassa produzione, mancanza d’acqua, blackout elettrici e crescente povertà. I funzionari governativi attribuiscono alle sanzioni imposte dai Paesi occidentali, all’inizio degli anni 2000, i problemi economici del Paese. Secondo Harare, la comunità internazionale starebbe tramando per rimuovere lo ZANU-PF dal potere. L’attuale presidente ha inaugurato il proprio mandato lo scorso 25 agosto.

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Chiara Gentili

di Redazione

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