Nigeria: risarcimenti per i danni causati dall’industria del petrolio

Pubblicato il 1 febbraio 2021 alle 14:36 in Africa Nigeria

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Il 29 gennaio, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aia, nei Paesi Bassi, ha condannato la filiale nigeriana della Shell, nota anche come Shell Petroleum Development Company of Nigeria (SPDC), ad un risarcimento danni per il degrado ambientale causato dalle perdite dei gasdotti nei villaggi di Oruma e Goi, nella regione del Delta del Niger.  

La notizia è stata resa nota da Al Jazeera English il 29 gennaio. La Corte ha richiesto alla filiale locale di offrire un compenso monetario, ancora da stabilire,  ai villaggi che sono stati colpiti dal disastro ambientale. Il quotidiano cita alcune testimonianze della popolazione locale, tra cui quella di Fidelis Oguru, agricoltore di 80 anni proveniente dal villaggio di Oruma, secondo cui le perdite di petrolio hanno devastato interi terreni agricoli e molti corsi d’acqua della regione. Inoltre, ha aggiunto Oguru, la riluttanza dell’SPDC a sostituire gli oleodotti  danneggiati ha portato i contadini del luogo a soccombere all’inquinamento causato dal petrolio, i quali si sono ritrovati con mezzi di sussistenza erosi e piantagioni inutilizzabili. I frequenti appelli all’SPDC per il risarcimento e il risanamento ambientale sono stati inutili, ha dichiarato il testimone. Nel 2018, Oguru ha iniziato a sviluppare problemi agli occhi ed è diventato cieco nel 2020. La sua età e i problemi di salute probabilmente gli impediranno di utilizzare il risarcimento per ripristinare l’uso della sua terra.

Secondo il quotidiano, nel 2008, quattro agricoltori dei villaggi di Oruma, Goi e Ikot Ada Udo hanno ricevuto il sostegno di un gruppo di attivisti ambientali, Friends of the Earth Netherlands, per intentare cause contro la Shell dinnanzi all’autorità olandese per le fuoriuscite di petrolio legate all’SPDC, avvenute tra il 2004 e il 2007. Oguru ha dichiarato di essere andato in Olanda nel 2013, quando la CIG si è pronunciata contro gli agricoltori in merito alla suddetta sentenza. Di fatto, secondo Al Jazeera, la SPDC e altre aziende petrolifere spesso incolpano la popolazione per le perdite, accusandoli di sabotaggio. Secondo la legge nigeriana, applicata nella causa civile olandese, la compagnia non è responsabile se le perdite sono il risultato di un boicotaggio. Nonostante questi precedenti, venerdì 29 gennaio, la Corte dell’Aia ha ritenuto di non poter stabilire “oltre ogni ragionevole dubbio” che i presunti sabotatori fossero da incolpare per le perdite tra i villaggi di Oruma e Goi, che hanno disperso petrolio su un’area di circa 60 campi. Anche se il tribunale ha stabilito che, nello specifico, la perdita nel villaggio di Ikot Ada Udo fosse dovuta ad un atto di boicottaggio, ha dichiarato che la responsabilità di Shell sarebbe stata presa in considerazione nel proseguimento del caso.

Eric Dooh, un querelante di 50 anni di Goi, ha affermato che il verdetto annunciato il 29 gennaio significa che “le persone oppresse”, come gli agricoltori del Delta del Niger, potranno prendere il loro “giusto posto nella società”. Inoltre, Dooh ha affermato che la suddetta sentenza stabilisce un “precedente a livello mondiale” che potrebbe essere un punto di svolta per dare speranza a coloro che hanno cause simili contro le multinazionali del petrolio. Il testimone ha aggiunto che, in questo modo, anche gli altri colossi del settore saranno incentivati ad aderire alle norme internazionali riguardo all’attività dell’esplorazione petrolifera e il rispetto dei diritti umani fondamentali

L’azienda petrolifera Shell ha scoperto, ed in seguito sfruttato, le vaste riserve di petrolio della Nigeria a partire dalla fine degli anni ’50. Da quel momento ha a lungo affrontato pesanti critiche sull’inquinamento delle zone limitrofe per il quale l’azienda non è mai stata ritenuta responsabile. Nnimmo Bassey, ex direttore di Environmental Rights Action, un’organizzazione non governativa locale, ha dichiarato che vaste zone del Delta del Niger rimangono “zone di sacrificio” e che ci sono tutt’ora molte fuoriuscite che contaminano quotidianamente i villaggi attigui. Bassey ha anche informato Al Jazeera di un incendio in un pozzo di petrolio nello Stato di Ondo, avvenuto a maggio del 2020, che ha suscitato scalpore in quanto non sono stati ancora effettuati arresti dei presunti colpevoli e che non è stata fatta alcuna pulizia dell’area contaminata.

Nel frattempo, la Shell ha annunciato in una dichiarazione di essere “costernata” dalla sentenza di del 29 gennaio, poiché ritiene che le fuoriuscite siano state causate da un sabotaggio e non una responsabilità attribuibile all’azienda stessa. Inoltre, la SPDC, ha constatato che “come tutte le imprese gestite da Shell a livello globale, anche questa filiale è impegnata ad operare in modo sicuro per proteggere l’ambiente e la popolazione locale”.

Secondo Amnesty International (AI), un’organizzazione internazionale che mira a tutelare i diritti umani, il Delta del Niger è la regione africana più importante per la produzione di petrolio e uno dei luoghi più inquinati della terra. Per decenni le fuoriuscite hanno danneggiato l’ambiente e devastato le vite della popolazione locale. Shell ed Eni, due delle più grandi aziende di distribuzione petrolifere che operano nel Delta del Niger, hanno affermato che la maggior parte delle perdite sono causate da sabotaggi e furti e che stanno facendo tutto il possibile in modo tale da prevenirle. Tuttavia, secondo l’organizzazione, queste accuse sono basate su delle informazioni poco affidabili.

Le aziende petrolifere hanno la responsabilità di rispondere alle fuoriuscite indipendentemente dalla loro causa. Di fatto, secondo AI, prima queste visitano il sito, più velocemente possono fermare la perdita e iniziare a pulire l’area. Le linee guida del Governo nigeriano stabiliscono un tempo massimo di 24 ore per visitare il sito a seguito di una segnalazione di fuoriuscita, tuttavia questo limite non viene sempre rispettato. Secondo i dati raccolti da Amnesty International, la Shell visita il sito entro 24 ore dal verificarsi di fuoriuscita solo nel 26% delle occasioni. Inoltre, otto dei peggiori tempi di risposta del Paese sono della Shell. Tuttavia, il tempo più lento è stato registrato dall’azienda Eni, la quale ha impiegato 430 giorni per rispondere a una fuoriuscita nello stato di Bayelsa. Per più di un anno, il petrolio è fuoriuscito dall’oleodotto nelle paludi e nei fiumi vicini, contaminando l’acqua utilizzata dalle persone per lavarsi e per bere.

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Julie Dickman

di Redazione

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