L’Italia condanna gli arresti politici in Myanmar

Pubblicato il 1 febbraio 2021 alle 17:51 in Italia Myanmar

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L’Italia ha fermamente condannato l’ondata di arresti in Myanmar e ha chiesto l’immediato rilascio della presidentessa Aung San Suu Kyi e di tutti i leader politici arrestati. 

La posizione dell’esecutivo italiano è stata riferita in una nota pubblicata sul sito ufficiale della Farnesina, il primo febbraio. “La volontà della popolazione è chiaramente emersa nelle ultime elezioni e va rispettata. Siamo preoccupati per questa brusca interruzione del processo di transizione democratica e chiediamo che venga garantito il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”, si legge nella nota. 

La dichiarazione del Ministero degli Esteri italiano arriva il giorno stesso in cui si sono verificati gli eventi che hanno scosso il Paese asiatico. L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza nel Paese per un anno, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. In un video-messaggio trasmesso sulla televisione di proprietà dell’Esercito, è stato annunciato che i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha arrestato anche i politici degli Stati e delle regioni del Myanmar, così come più attivisti politici e critici delle forze armate. Le reti mobile e telefonica sono state ristrette e i servizi dei media di Stato sono stati interrotti. 

Prima dell’annuncio dell’Esercito, il portavoce della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, aveva già reso noto che più leader dell’esecutivo civile del Paese erano stati arrestati nelle prime ore del mattino. Più tardi, la stessa presidentessa ha rivolto un appello alla popolazione affinché non accetti il colpo di Stato e protesti. La leader birmana ha rilasciato una dichiarazione tramite la NDL affermando: “Le azioni dell’Esercito sono volte a riportare il Paese alla dittatura. Incoraggio la popolazione a non accettarlo, a rispondere e a protestare senza riserve contro il colpo di Stato”. Nella maggiore città del Paese, Yangon, la popolazione ha sventolato bandiere rose della NDL alle finestre e nelle strade sono stati affissi più striscioni di sostegno al governo eletto. La popolazione si è poi riversata ad acquistare generi di prima necessità ma, al momento, nella città vige uno stato di relativa calma.

A livello internazionale, più voci hanno da subito criticato gli ultimi sviluppi nel Paese. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito gli eventi del primo febbraio “un grave colpo alle riforme democratiche” e ha chiesto a tutti i leader birmani di evitare violenze e rispettare i diritti umani. Il segretario di Stato degli USA, Anthony Blinken, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha chiesto ai capi dell’Esercito birmano di rilasciare i membri del governo e i leader della società civile, rispettando il volere della popolazione, come espresso nelle elezioni dell’8 novembre scorso. Il Ministero degli Esteri indiano, poi, ha affermato che sta “osservando la situazione da vicino” e ha ricordato il “pronto” sostegno indiano a favore del processo di transizione democratica in Myanmar, ribadendo l’importanza dello stato di diritto e della democrazia. Anche l’Australia e Singapore e politici interni all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asia (ASEAN), di cui il Myanmar è un membro, hanno espresso preoccupazione.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita agli arresti domiciliati durante il regime militare per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015.  Nonostante il grande apprezzamento da parte della popolazione e il conferimento di un premio nobel per la pace nel 1991, la sua leadership ha subito però numerose critiche in relazione alla questione dei Rohingya, un’etnia di fede musulmana che ha subito una campagna di violenze iniziata nel 2017 che ha costretto all’esodo di massa centinaia di migliaia di persone, determinando una delle più gravi crisi in corso a livello globale.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione