Coronavirus: la gestione della variante inglese a Guardiagrele

Pubblicato il 1 febbraio 2021 alle 16:15 in Europa Italia

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Ad un anno dal ricovero del paziente “uno” di Codogno, la pandemia preoccupa ancora l’Italia e il mondo. La stampa statunitense evidenzia la gestione della variante inglese nella città di Guardiagrele, in provincia di Chieti. 

Il Washington Post ha pubblicato un articolo in cui si analizza la questione della scarsa attenzione riservata dai governi di tutto il mondo alle variazioni del coronavirus, soffermandosi sulla situazione che si è creata proprio in Italia, a Guardiagrele. Il quotidiano statunitense interpella un virologo italiano, Alessio Lorusso, che si occupa dell’analisi delle forme mutate del virus che si stanno sviluppando nel mondo. A tale proposito, è importante sottolineare maggior parte dei Paesi, compresi gli Stati Uniti e gli Stati europei, non esegue una sorveglianza genomica sufficiente per monitorare adeguatamente tale fenomeno, nonostante l’allarme lanciato dalle agenzie di controllo delle malattie, che avvertono del rischio generato dalle mutazioni. Quando gli esperti sollevano il problema, come nel caso di Guardiagrele, l’intervento politico è spesso troppo lento rispetto alla diffusione del virus. 

Lorusso, 39 anni, ricercatore presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo, ha tempestivamente informato la regione Abruzzo quando sono stati registrati i primi quattro casi della variante inglese, alla fine di dicembre 2020. Tuttavia, ci sono volute più di due settimane prima che una conferma ufficiale arrivasse al comune di Guardiagrele e alla sua popolazione di 9.000 abitanti. Durante quel periodo, i casi complessivi di coronavirus sono triplicati, da 35 il 28 dicembre a più di 100 a metà gennaio. Tra questi, erano state confermate 29 infezioni da varienta inglese. Il dato è molto alto, considerato che negli Stati Uniti, nello stesso periodo, erano stati identificati 76 casi. Tuttavia, anche negli USA il monitoraggio delle mutazioni è denunciato dagli esperti come molto carente. Nessuna restrizione mirata è stata imposta a Guardiagrele o alla regione dell’Abruzzo, nonostante l’allarme. 

Per Lorusso e il suo laboratorio, la variante britannica, nota come ceppo B.1.1.7,  è abbastanza facile da scovare. Questo perché lascia una traccia che è facile da individuare: una delle macchine per il test del coronavirus più comunemente utilizzate, prodotta dalla società Thermo Fisher, verifica la presenza di tre geni e nella variante britannica manca uno di quei geni. Proprio da questa analisi Lorusso ha individuato le varanti inglesi tra i tamponi processati dalla sua struttura, il 26 dicembre. Incrociando i test in questione con il luogo di residenza della persona infetta ha individuato i primi quattro casi di virus mutato a Guardiagrele. Tre di questi erano all’interno della stessa famiglia. L’Italia aveva registrato il suo primo caso di variante britannica il 20 dicembre, in un viaggiatore arrivato dalla Gran Bretagna. Lo stesso giorno, Roma ha interrotto i voli dal Regno Unito.

La lentezza con cui è stata gestita la situazione a Guardiagrele viene considerata dalla stampa statunitense un esempio di come i governi locali e nazionali non siano pronti di fronte alle continue sfide che la pandemia crea. I funzionari regionali hanno affermato di aver bisogno della conferma del governo nazionale e, a metà gennaio, la regione insisteva che non ci fosse ancora una “prova definitiva” della presenza della variante nei loro territori. “La regione non mi ha mai detto: Caro sindaco, c’è un focolaio nella sua città della variante più contagiosa, quindi è meglio che chiuda tutto”, ha dichiarato il sindaco di Guardiagrele, Donatello Di Prinzio. “Se fosse stato così, avrei avviato tutte le azioni necessarie”, ha aggiunto. Nonostante l’allarme degli scienziati, dopo le vacanze natalizie la regione Abruzzo, compresa la città di Guardiagrele, è tornata in “zona gialla”, con un attribuzione di rischio conseguentemente bassa, con negozi e parrucchieri aperti e ristoranti autorizzati a offrire servizio al tavolo fino alle 18. 

L’allarme è stato lanciato solo il 12 gennaio, durante una videoconferenza con un funzionario provinciale e sindaci di altre sette città che vedevano aumenti significativi dei casi. Le autorità hanno deciso di lanciare una campagna di test di massa in quei Paesi, iniziando da Guardiagrele, a partire dal 23 gennaio, più di tre settimane dopo le prime scoperte di Lorusso. Il 22 gennaio, la provincia di Chieti registrava già 51 casi della variante e 29 di questi erano a Guardiagrele. La notizia ha coinciso con un ordinanza del Governo nazionale secondo cui gran parte del Paese, compresa la regione Abruzzo, sulla base dei tassi di infezione, sarebbe stata classificata nel livello medio delle restrizioni del coronavirus, entrando nella cosiddetta “zona arancione”. Tuttavia, già dal primo febbraio, la regione è tornata nella cosiddetta “zona gialla”. 

Il 31 gennaio, in Abruzzo sono stati registrati 402 nuovi positivi, che portano il totale dall’inizio dell’epidemia a 42846 casi registrati nella regione. Nella provincia dell’Aquila si contavano 59 casi, 100 in quella di Chieti, 145 in provincia di Pescara, 86 in quella di Teramo con 12 residenti fuori regione o con residenza in accertamento. Nelle 24 ore precedenti, sono stati registrati complessivamente 14.468 test. I deceduti erano 5, che portano il totale delle vittime dall’inizio dell’epidemia a 1467. 30892 i guariti (+207 rispetto a ieri), pertanto sono 10487 gli attualmente positivi (+370 nelle ultime 24 ore). 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione