Colpo di Stato in Myanmar: cosa è successo

Pubblicato il 1 febbraio 2021 alle 9:22 in Asia Myanmar

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L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza nel Paese per un anno, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, nella mattina del primo febbraio. In un video-messaggio trasmesso sulla televisione di proprietà dell’Esercito, è stato annunciato che i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha arrestato anche i politici degli Stati e delle regioni del Myanmar, così come più attivisti politici e critici delle forze armate. Le reti mobile e telefonica sono state ristrette e i servizi dei media di Stato sono stati interrotti.

Alle elezioni nazionali dello scorso 8 novembre, era risultata vincitrice con un ampio margine la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, che aveva ottenuto l’83% delle sedute parlamentari aperte al voto. L’Esercito aveva avviato una campagna di contestazione del risultato elettorale denunciando brogli elettorali e le tensioni erano man mano aumentate fino ad arrivare al colpo di Stato del primo febbraio, quando le forze armate hanno dichiarato che, in base alla sezione 417 della Costituzione, l’Esercito ha preso il controllo sul Paese per indagare sulle presunte frodi elettorali.

Il primo febbraio, il nuovo parlamento birmano avrebbe dovuto prestare giuramento e, per questo, gran parte dei politici della NDL erano già nella capitale Naypyidaw, dove sono stati arrestati mentre i membri non presenti sono stati raggiunti presso le proprie abitazioni in tutto il Paese, a testimonianza, secondo The Diplomat, di un’opera di grande coordinamento e pianificazione.

Prima dell’annuncio dell’Esercito, il portavoce della NDL aveva già reso noto che più leader dell’esecutivo civile del Paese erano stati arrestati nelle prime ore del mattino. Più tardi, Aung San Suu Kyi ha rivolto un appello alla popolazione affinché non accetti il colpo di stato e protesti. La leader birmana ha rilasciato una dichiarazione tramite la NDL affermando: “Le azioni dell’Esercito sono volte a riportare il Paese alla dittatura. Incoraggio la popolazione a non accettarlo, a rispondere e a protestare senza riserve contro il colpo di Stato”.

Nella maggiore città del Paese, Yangon, la popolazione ha sventolato bandiere rose della NDL alle finestre e nelle strade sono stati affissi più striscioni di sostegno al governo eletto. La popolazione si è poi riversata ad acquistare generi di prima necessità ma, al momento, nella città vige uno stato di relativa calma.

A livello internazionale, più voci hanno da subito criticato gli ultimi sviluppi nel Paese. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito gli eventi del primo febbraio “un grave colpo alle riforme democratiche” e ha chiesto a tutti i leader birmani di evitare violenze e rispettare i diritti umani. Il segretario di Stato degli USA, Anthony Blinken, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha chiesto ai capi dell’Esercito birmano di rilasciare i membri del governo e i leader della società civile, rispettando il volere della popolazione, come espresso nelle elezioni dell’8 novembre scorso. Il Ministero degli Esteri indiano, poi, ha affermato che sta “osservando la situazione da vicino” e ha ricordato il “pronto” sostegno indiano a favore del processo di transizione democratica in Myanmar, ribadendo l’importanza dello stato di diritto e della democrazia. Anche l’Australia e Singapore e politici interni all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asia (ASEAN), di cui il Myanmar è un membro, hanno espresso preoccupazione.

La Cina non si è sbilanciata, il portavoce del Ministero Affari Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha dichiarato di aver appreso la notizia del colpo di Stato in Myanmar e ha ribadito che la Cina è un “vicino amichevole” del Myanmar e spera che tutte le parti gestiranno le divergenze in base al quadro legale e costituzionale per preservare la stabilità politica e sociale. Thailandia, Cambogia e Filippine hanno invece affermato che il colpo di Stato militare in Myanmar rientra negli affari interni del Paese.

Alle elezioni dello scorso 8 novembre la NDL aveva ottenuto un ampio margine di vittoria ma l’Esercito aveva denunciato alla Corte suprema i risultati, facendo partire un processo di verifica concluso il 28 gennaio scorso, decretando la regolarità delle elezioni. Le tensioni erano già aumentate quando, lo scorso 26 gennaio, il generale Min Aung Hlaing aveva minacciato di abolire la Costituzione per poi tornare sui propri passi, il successivo 30 gennaio, e affermare che l’Esercito avrebbe difeso la Costituzione del 2008, redatta da una giunta militare, agendo nei limiti consentiti dalla legge. Tali tensioni erano state rispecchiate da movimenti di protesta rivali a sostegno delle NDL e delle forze armate.

Al momento, in base a quanto previsto dalla Costituzione, un quarto dei posti in entrambe le aule del Parlamento birmano spetta all’Esercito e tra i partiti è presente anche lo Union Solidarity and Development Party (USDP), legato alle forze armate, che alle ultime elezioni aveva però ottenuto solamente il 6,9%. La Costituzione garantisce poi all’Esercito il controllo su più ministeri.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita agli arresti domiciliati durante il regime militare per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015.  Nonostante il grande apprezzamento da parte della popolazione e il conferimento di un premio Nobel per la pace nel 1991, la sua leadership ha subito però numerose critiche in relazione alla questione dei Rohingya, un’etnia di fede musulmana che ha subito una campagna di violenze iniziata nel 2017 che ha costretto all’esodo di massa centinaia di migliaia di persone, determinando una delle più gravi crisi in corso a livello globale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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