USA: Biden nomina il nuovo inviato speciale per l’Iran

Pubblicato il 29 gennaio 2021 alle 19:51 in Iran USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha nominato come inviato speciale degli USA per l’Iran Robert Malley, già negoziatore dell’accordo sul nucleare del 2015. 

La notizia è stata diffusa il 28 gennaio da un funzionario del Dipartimento di Stato, che ha dichiarato che la nuova amministrazione sta valutando la creazione di un team di “esperti lucidi con diversi punti di vista”. A guidare la squadra come inviato speciale per l’Iran sarà Rob Malley, che ha negoziato i termini del programma nucleare iraniano per l’ex presidente degli Stati Uniti, Barak Obama. “Il segretario è fiducioso che lui e la sua squadra saranno in grado di farlo ancora una volta”, ha aggiunto il funzionario, parlando a condizione di anonimato, riferendosi al segretario di Stato di Biden, Antony Blinken.

Quando il nome di Malley è emerso per la prima volta come uno dei principali candidati per la carica, la possibilità ha sollevato le critiche di alcuni legislatori repubblicani e gruppi pro-Israele che hanno espresso la preoccupazione sul fatto che questo che sarebbe stato troppo accondiscendente verso l’Iran. Altri esponenti sono accorsi in sua difesa, lodandolo come diplomatico rispettato e imparziale. Malley ha ricoperto numerosi incarichi di alto livello nelle amministrazioni democratiche di Obama e dell’ex presidente Bill Clinton, con un focus sulle politiche del Medio Oriente e del Golfo. Più recentemente, è stato presidente dell’International Crisis Group, un’organizzazione senza scopo di lucro focalizzata sui conflitti globali.

Il 27 gennaio, nel suo primo giorno come principale diplomatico degli Stati Uniti, Blinken ha confermato la volontà del nuovo presidente Biden di tornare nell’accordo del 2015 da cui il suo predecessore si era ritirato, l’8 maggio 2018, ma ha respinto la pressione iraniana affinché gli Stati Uniti agissero per primi. “L’Iran non è conforme su una serie di fronti. E ci vorrebbe un po’ di tempo, se dovesse prendere la decisione di adeguarsi”, ha dichiarato Blinken. “Ancora non ci siamo, per non dire altro”, ha aggiunto. 

Il segretario di Stato ha rifiutato di rendere noto quale funzionario degli Stati Uniti guiderà i colloqui con l’Iran, ma ha dichiarato: “Porteremo prospettive diverse sulla questione”. Se l’Iran tornasse all’accordo, Washington cercherebbe di costruire quello che Blinken ha definito un “accordo più lungo e più forte” che affronterebbe altre questioni “profondamente problematiche”. Tali parole potrebbero fare riferimento all’imposizione di un limite allo sviluppo iraniano di missili balistici e una serie di conferme sulla fine del suo sostegno alle forze per procura attive in Paesi come Iraq, Siria, Libano e Yemen.

Il 28 gennaio, in un tweet, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha risposto al segretario di Stato degli USA. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana, IRNA, le parole di Blinken sono state considerate “osservazioni contro l’Iran”. Da parte sua, Zarif ha ricordato al segretario di Stato degli USA che è stata Washington a violare l’accordo nucleare iraniano (JCPOA), a bloccare l’afflusso di cibo e medicine per gli iraniani “durante quel sordido casino”. Ha poi aggiunto che l’Iran, tuttavia, rispetta il JCPOA e ha preso solo le misure correttive previste. “Ora, chi dovrebbe fare il primo passo?”, ha chiesto Zarif.

Anche Israele, uno dei principali alleati degli Stati Uniti, ha commentato la questione. Il 26 gennaio, il massimo generale israeliano ha avvertito che i piani di attacco contro l’Iran sarebbero stati rivisti e ha affermato che qualsiasi ritorno degli Stati Uniti all’accordo nucleare del 2015 con Teheran sarebbe “sbagliato”. Tuttavia, Teheran ha liquidato la minaccia israeliana come l’ennesimo tentativo di portare avanti una “guerra psicologica”.

L’accordo sul nucleare era stato raggiunto il 14 giugno 2015 tra l’Iran e i membri del gruppo 5+1 ovvero USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania. Il patto era stato una delle principali conquiste in politica estera dell’amministrazione Obama e imponeva all’Iran una serie di limitazioni al programma nucleare, in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali nei settori finanziario e del petrolio. Le sanzioni approvate a partire da maggio 2018 dall’amministrazione Trump hanno duramente colpito l’economia iraniana negli ultimi 2 anni e la tensione è arrivata vicino ad un’escalation militare il 3 gennaio 2020, quando la Casa Bianca ha ordinato l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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