Libia: Washington esorta Mosca e Ankara a lasciare il Paese

Pubblicato il 29 gennaio 2021 alle 8:32 in Libia USA e Canada

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L’ambasciatore statunitense ad interim alle Nazioni Unite, Richard Mills, ha invitato la Russia e la Turchia a ritirare le proprie forze e mercenari dalla Libia, in ottemperanza all’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020.

Le dichiarazioni di Mills sono giunte il 28 gennaio, nel corso di una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, le cui discussioni si sono concentrate prevalentemente sulla situazione in Libia. Nonostante la tregua sul campo e gli sviluppi positivi a livello politico, l’accordo raggiunto a Ginevra dalle delegazioni delle due parti belligeranti, l’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar e il Governo di Accordo Nazionale (GNA), non è stato ancora rispettato in toto. In particolare, l’intesa prevedeva il ritiro di forze e mercenari stranieri entro 90 giorni dalla firma dell’accordo, ovvero entro il 23 gennaio. Tuttavia, combattenti stranieri, inviati perlopiù dalla Turchia e dalla Russia, continuano a sostare nei territori libici, e ad oggi non vi è stato alcun minimo spostamento.

Alla luce di ciò, Mills, durante l’incontro del 28 gennaio, ha esortato gli attori “esterni”, con particolare riferimento a Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (UAE), a rispettare la sovranità libica e a porre fine “immediatamente” a qualsiasi intervento militare nel Paese. Rivolgendosi, poi, a Mosca e Ankara, l’ambasciatore ha invitato i due Paesi a ritirare immediatamente le proprie forze, i mercenari e i combattenti che sono stati da loro “reclutati, finanziati, dispiegati e supportati” in Libia. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, sono circa 20.000 i combattenti stranieri che sostano tuttora nel Paese Nord-africano, i quali si trovano prevalentemente nelle basi di Sirte, al-Jufra e al-Watiya.

Il meeting del 28 gennaio ha incluso altresì un intervento dell’inviata speciale ad interim, Stephanie Williams, tuttora a capo della Missione di Sostegno (UNSMIL). Questa, nello specifico, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco continua a essere rispettato sui fronti di combattimento e che il Comitato militare congiunto 5+5, il quale comprende rappresentanti per ciascuna delle due parti belligeranti, continua a lavorare per favorire l’espulsione delle forze straniere dal Paese e il rispetto dell’embargo sulle armi. Tuttavia, è stato evidenziato, l’attuazione del cessate il fuoco non è solo responsabilità del Comitato militare, ma altresì della leadership politica e militare di entrambe le parti coinvolte nella crisi libica.

Williams ha poi invitato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a emanare una decisione per lo scioglimento di tutte le istituzioni esecutive libiche parallele. L’obiettivo, è stato specificato, è unificare gli organismi più rilevanti che operano nel campo della sicurezza, militare e finanziario, affinché questi possano essere gestiti da un governo nazionale unitario. Finora in Libia vi sono state istituzioni di tal tipo parallele, ovvero appartenenti all’LNA e al GNA, ma negli ultimi mesi rappresentanti libici hanno più volte discusso, sotto l’egida delle Nazioni Unite, della loro unificazione.

L’inviata speciale ad interim ha poi rivolto lo sguardo ad alcune problematiche che continuano a caratterizzare la Libia, dall’emergenza Coronavirus alla crisi migratoria. Stando a quanto registrato fino al 19 gennaio, sono più di 900 i migranti e i rifugiati che si trovano ancora nei centri di detenzione in Libia, ha affermato Williams. Inoltre, nel corso del 2020, più di 11.900 migranti e rifugiati che stavano cercando di raggiungere l’Europa via mare sono stati intercettati e restituiti alle autorità del Paese Nord-africano. Parallelamente, è stato evidenziato come le comunità locali libiche siano state vittima delle ripercussioni della guerra e di gravi violazioni dei diritti umani commesse durante il conflitto. Ciò è stato testimoniato anche dal ritrovamento di fosse comuni soprattutto a Tarhuna. Ad ogni modo, ha riportato Williams, da quando i combattimenti sono stati sospesi, nel mese giugno 2020, 114.000 persone sono riuscite a ritornare a Tripoli, mentre vi è stata una diminuzione del 26% del numero di sfollati interni, passati da 426.000 a 316.000. 

Sempre il 28 gennaio, in dichiarazioni rilasciate alla stampa, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha anch’egli rivolto un appello ai gruppi stranieri, affermando: “Lasciate stare la Libia”. Guterres ha sottolineato come il cessate il fuoco sia ancora in vigore, ma è necessario che tutte le forze straniere e i mercenari si spostino prima a Bengasi e poi a Tripoli, e da lì abbandonino il Paese e lasciano soli i libici. A detta del Segretario generale, la popolazione libica ha dimostrato di essere in grado di risolvere i propri problemi “se lasciata sola”.

Sono diversi gli attori stranieri che sono intervenuti in Libia nel corso della perdurante crisi, le cui tensioni sono state evidenti sin dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Tra questi, Russia ed Emirati Arabi Uniti hanno prestato sostegno al generale Haftar, a capo dell’LNA, mentre la Turchia ha appoggiato il governo di Tripoli. A tal proposito, risale al 22 dicembre la decisione del Parlamento turco, con cui è stata approvata una mozione proposta dalla presidenza, guidata dal capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan, che prevede l’estensione della missione delle proprie forze armate in Libia per altri 18 mesi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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