Il Libano alle prese con violenza “criminale” e pandemia

Pubblicato il 29 gennaio 2021 alle 10:12 in Libano Medio Oriente

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A Tripoli, nel Nord del Libano, gruppi di manifestanti hanno appiccato un incendio presso la sede del comune, nel quadro di una mobilitazione popolare dai risvolti sempre più violenti. Nel frattempo, il numero di contagi da Coronavirus continua ad aumentare.

Come riportato dal quotidiano al-Arabiya, nella serata di giovedì 28 gennaio, una violenta escalation è esplosa a Tripoli, dopo che un giovane manifestante di 29 anni era deceduto poche ore prima, a seguito degli scontri che hanno visto protagonisti i gruppi di manifestanti e le forze dell’ordine intervenute per placare la rabbia dei cittadini. In particolare, i manifestanti, dopo essersi radunati, si sono recati presso la sede del comune e hanno cominciato a lanciare bombe molotov ed esplosivi al suo interno, provocando un incendio. Secondo quanto riferito da fonti locali, pile di fogli di carta, perlopiù documenti, sono state viste volare dalle finestre dell’edificio, avvolto da fiamme e nubi di fumo. Le squadre antincendio della Protezione Civile si sono recate sul posto quasi nell’immediato per spegnere l’incendio diffusosi sui quattro lati dell’edificio, mentre le forze dell’ordine davano la caccia ai responsabili. La Croce Rossa libanese ha dichiarato che le sue squadre hanno prestato assistenza a 106 feriti sul posto, mentre altri 6 sono stati trasportati in ospedale.

Nel frattempo, i manifestanti di Tripoli si sono riversati anche nelle altre strade della città, dando fuoco a cassonetti e distruggendo le telecamere di videosorveglianza nei pressi delle abitazioni di leader politici e figure di spicco, ritenuti responsabili della perdurante crisi e del peggioramento delle condizioni di vita della popolazione libanese, ulteriormente esacerbate dalle misure di lockdown imposte per prevenire la diffusione di Coronavirus. Ad aver alimentato la rabbia della popolazione di Tripoli, vi è stata la morte di Omar Tayba, un giovane manifestante ucciso da un proiettile sparato, presumibilmente, dalle forze di polizia antisommossa.

Di fronte a una crescente escalation, il premier designato di Beirut, Saad Hariri, ha rilasciato la prima dichiarazione, affermando che gli eventi di Tripoli sono da considerarsi un crimine premeditato e organizzato, per il quale sono da ritenersi responsabili tutti coloro che hanno cercato di destabilizzare la città, profanando istituzioni pubbliche e seminando caos. Al contempo, il primo ministro ha messo in dubbio il ruolo dell’esercito, il quale è stato accusato di essere rimasto a guardare, consentendo ai “criminali” di Tripoli di perpetrare azioni inaccettabili. “Se esiste un piano per consentire all’estremismo di infiltrarsi nella città, chi ne ha aperto le porte?” ha affermato Hariri in una serie di Tweet, aggiungendo: “Come può lo Stato permettere questo durante la fase peggiore e più pericolosa della storia del Paese?”

È dal 25 gennaio che alcune città libanesi, tra cui anche la capitale Beirut, hanno assistito ad una forte mobilitazione popolare, scoppiata a seguito dell’annuncio del governo del 21 gennaio, con cui sono state estese le misure anti-Covid fino all’8 febbraio prossimo, come la chiusura di istituzioni e negozi e un coprifuoco 24h. La curva dei contagi continua, però, a salire. Il 28 gennaio, sono stati registrati 3.497 nuovi casi positivi in 24 ore, portando il numero complessivo a 293.157. I decessi, invece, ammontano, in totale, a 2.621. Il quadro epidemiologico è peggiorato dopo che il governo aveva concesso una parziale riapertura di bar e centri di intrattenimento prima delle festività di Natale e Capodanno, nel tentativo di dare un sospiro di sollievo al sistema economico. Tuttavia, dal 14 gennaio, le autorità sono state costrette a rivedere le misure, imponendo nuove restrizioni.Mentre si prevede che la campagna di vaccinazione avrà inizio nel mese di febbraio, il settore sanitario sembra non essere più in grado di far fronte all’emergenza sanitaria, vista la carenza di posti letto e respiratori nei reparti di terapia intensiva, mentre i reparti per i malati di Covid hanno raggiunto, in gran parte, la loro capienza massima.

La pandemia ha colpito un Paese che deve far fronte a una perdurante crisi economica e finanziaria, definita la peggiore dalla guerra civile del 1975-1990, a cui ha fatto seguito una fase di instabilità politica e sociale, tuttora evidente. Tra le diverse conseguenze, vi è stata una carenza di dollari che, da settembre 2019, ha comportato, a sua volta, una riduzione delle importazioni di forniture mediche essenziali, tra cui mascherine, guanti e dispositivi di protezione, oltre a ventilatori e pezzi di ricambio. Non da ultimo, all’interno delle strutture sanitarie libanesi, è stato difficile assumere personale aggiuntivo e acquistare l’attrezzatura ed i dispositivi necessari ad affrontare l’emergenza coronavirus. La crisi ha destato la preoccupazione non solo del settore sanitario, ma anche degli stessi cittadini libanesi, soprattutto dopo le dichiarazioni della Banca centrale circa una possibile revoca dei sussidi per i farmaci. Il quadro libanese deve poi tener conto della devastante esplosione presso il porto di Beirut, del 4 agosto 2020, che, oltre a circa 200 vittime, ha distrutto aree della capitale e danneggiato diversi ospedali. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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