ONU: Italia colpevole del mancato soccorso di 200 migranti

Pubblicato il 28 gennaio 2021 alle 18:52 in Immigrazione Italia

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Il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha appurato, dopo un’indagine dei suoi esperti, che l’Italia non sarebbe riuscita a proteggere adeguatamente il “diritto alla vita” di oltre 200 migranti e rifugiati morti, in seguito al naufragio del loro barcone, nelle acque del Mar Mediterraneo, più di sette anni fa. Secondo la dichiarazione del Comitato, pubblicata mercoledì 27 gennaio, il Paese “non ha risposto prontamente alle varie richieste di soccorso dell’imbarcazione, che stava affondando con a bordo più di 400 adulti e bambini”. L’organo ha invitato le autorità italiane a “procedere con un’indagine indipendente e tempestiva e a perseguire i responsabili”.

La barca era partita da Zuwarah, un porto di pescatori libico, il 10 ottobre 2013, trasportando principalmente cittadini siriani. Poche ore dopo, l’imbarcazione aveva iniziato ad allagarsi a causa di un incidente e, in un breve lasso di tempo, si era capovolta. “L’Italia non è riuscita a rispondere prontamente alle richieste di soccorso dopo che la barca era stata colpita da una nave battente bandiera berbera in acque internazionali, circa 113 km a Sud dell’isola italiana di Lampedusa”, ha sottolineato il Comitato, composto da 18 esperti indipendenti. Le chiamate di soccorso rivolte alle autorità italiane erano state reindirizzate a Malta, la cui costa distava circa 218 km dal luogo dell’incidente. Tuttavia, quando una motovedetta maltese era riuscita a raggiungere i migranti, il barcone si era già capovolto.

Uno dei membri del Comitato, Helene Tigroudja, ha definito l’incidente un “caso complesso” poiché l’imbarcazione si trovava in acque internazionali all’interno della zona di ricerca e soccorso (SAR) di Malta, ma una risposta tempestiva da parte delle autorità italiane avrebbe potuto scongiurare la tragedia. La decisione del Comitato ha fatto seguito a una denuncia congiunta presentata da tre siriani e da un cittadino palestinese che sono sopravvissuti all’incidente ma hanno perso le loro famiglie.

Alcuni migranti a bordo del barcone avevano contattato le autorità italiane, inviando loro le coordinate GPS e avvisandole che la barca stava per affondare. Avevano chiamato più volte, ma la risposta dell’Italia era stata sempre la stessa: trovandosi nella zona di ricerca e soccorso di Malta, il salvataggio del barcone spettava a quest’ultima. L’operatore italiano aveva trasmesso ai migranti il numero di telefono del Centro di coordinamento dei soccorsi maltesi, che era stato ripetutamente contattato, per almeno due ore, dalle persone a bordo dell’imbarcazione. La motovedetta maltese era arrivata sulla scena solo alle 17:50, quando la tragedia si era già consumata. L’Italia, dal canto suo, aveva ordinato alla sua nave della Marina militare ITS Libra, che era nelle vicinanze, di recarsi in soccorso del barcone solo dopo le 18:00, in risposta alla richiesta di Malta.

“Se le autorità italiane avessero diretto immediatamente la loro nave da guerra e le motovedette della guardia costiera dopo le richieste di aiuto ricevute, i soccorsi avrebbero raggiunto il barcone almeno due ore prima che affondasse”, ha dichiarato Tigroudja.

Dal 2014, più di 20.000 migranti e rifugiati sono morti in mare mentre cercavano di raggiungere l’Europa dalle coste del Nord Africa. Se in molti sono annegati in mare, altre migliaia sono stati intercettati dalla guardia costiera libica e riportati in Libia, dove finiscono in detenzione e costretti a subire condizioni disumane, secondo i resoconti delle organizzazioni internazionali. Dal febbraio 2017, almeno 36mila persone sono state intercettate dalla guardia costiera libica e rimpatriate nel Paese nordafricano, in base ai dati delle Nazioni Unite.

La rotta del Mediterraneo centrale è descritta dall’UNHCR come la più pericolosa al mondo. Circa una persona su sei, tra quelle che partono dalle coste del Nord Africa, perde la vita. I trafficanti di esseri umani, la maggior parte operanti in Libia, lanciano in mare gommoni o traballanti barche da pesca, affollate di migranti, che sperano di raggiungere le coste europee. Alcuni fuggono da conflitti o persecuzioni, mentre molte delle centinaia di migliaia di persone soccorse in mare negli ultimi anni fuggono dalla povertà. 

Secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, nel 2020, complessivamente, sono arrivati in Europa poco più di 94.000 migranti. Il Paese che ha accolto il maggior numero di stranieri risulta essere la Spagna, con oltre 41.000 arrivi, seguita dall’Italia, con più di 31.100 sbarchi, dalla Grecia, con oltre 15.500 arrivi, da Malta, con quasi 3.000 sbarchi, e da Cipro, con poco meno di 1.000 arrivi. Il numero di morti in mare nel 2020, secondo i dati dell’IOM, ammonta a 1.152. La maggior parte dei decessi è avvenuta nel Mediterraneo centrale, seguito da quello occidentale e, infine, da quello orientale. Tali numeri segnano una diminuzione rispetto alle cifre 2019, quando arrivarono in territorio europeo via mare e via terra oltre 126.663 stranieri, e persero la vita nel Mediterraneo 1.885 migranti.

In base a quanto riferito dai dati del Ministero dell’Interno italiano, c’è stato un aumento del numero di persone che hanno cercato di raggiungere l’Italia nel 2020, con almeno 31.000 rifugiati arrivati l’anno passato, rispetto ai quasi 10.000 del 2019. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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