Filippine: “minacce verbali di guerra” dalla Cina, sostegno dagli USA

Pubblicato il 28 gennaio 2021 alle 11:22 in Cina Filippine USA e Canada

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Il segretario per gli Affari Esteri delle Filippine, Teodoro Locsin Jr., ha protestato contro la nuova legge cinese che autorizza la Guardia costiera ad aprire il fuoco contro imbarcazioni straniere e a distruggere strutture erette da altri Paesi su isole rivendicate da Pechino, affermando che tale legge sia “una minaccia  verbale di guerra per ogni Paese che la sfidi”, il 27 gennaio. Il giorno dopo, il segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, durante una telefonata con Locsin, ha promesso il sostegno statunitense a Manila nel caso in cui si subisse un attacco armato nel Mar Cinese Meridionale.

Dal suo profilo Twitter, Locsin ha affermato di aver inviato una protesta formale a Pechino per la legge adottata lo scorso 22 gennaio. Per il segretario per gli Affari Esteri delle Filippine, nonostante adottare leggi sia una prerogativa di sovranità, coinvolgendo il Mar Cinese Meridionale, la nuova legge cinese per la Guardia costiera sarebbe una minaccia verbale di guerra a qualsiasi Paese che la infranga e, se tale legge non fosse contestata, per Locsin, si tratterebbe di sottomissione ad essa. Il 25 gennaio, lo stesso Locsin aveva affermato che la legge non riguardasse le Filippine ma, in seguito a riflessioni, la sua posizione è cambiata.

Il 28 gennaio, il segretario di Stato degli USA ha avuto una conversazione telefonica con Locsin, durante la quale ha sottolineato l’importanza dell’alleanza tra Manila e Washington per la liberà e l’apertura della regione dell’Indo-Pacifico. Blinken ha quindi sottolineato l’importanza del Trattato di Mutua Difesa che lega il proprio Paese alle Filippine dal 30 agosto 1951, chiarendo che sarà applicato anche nel caso di attacchi armati contro le forze armate, imbarcazioni pubbliche o portaerei delle Filippine “nel Pacifico, che comprende il Mar Cinese Meridionale”. A proposito di quest’ultimo bacino, Blinken ha poi promesso che gli USA appoggeranno i Paesi che ne rivendicano alcune porzioni di fronte alle pressioni della Cina.

Il 22 gennaio scorso, l’Assemblea nazionale del Popolo (ANP) di Pechino aveva approvato la “Legge della Guardia costiera della Repubblica Popolare Cinese”, che entrerà in vigore il prossimo primo febbraio. Le preoccupazioni sollevate rispetto alla legge riguardano soprattutto l’articolo 22, in base al quale, laddove si verificassero minacce imminenti alla sovranità nazionale, ai diritti sovrani e ai diritti di giurisdizione cinesi in mare, quali violazioni illegali, da parte di organizzazioni o soggetti stranieri, la Guardia costiera avrà il diritto di “adottare tutte le misure necessarie”, compreso l’utilizzo delle armi. La legge prevede poi anche il diritto per la Guardia costiera cinese di distruggere strutture erette da altri Paesi nelle isole o scogliere rivendicate da Pechino e di ispezionare navi straniere che operano nelle acque che rientrano all’interno della propria giurisdizione. Proprio la definizione di quest’ultima potrebbe creare problemi in quanto la Cina ha dispute territoriali aperte rispetto alla definizione delle proprie acque territoriali con più Paesi nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, dove, in passato, si sono verificati più momenti di stallo e tensione con imbarcazioni straniere.

Il Mar Cinese Meridionale è al centro di dispute di sovranità tra la Cina, Taiwan, le Filippine, il Vietnam, la Malesia e il Brunei che hanno rivendicazioni concorrenti su tali acque. In particolare, per la Cina, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici e, nello specifico, da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina e rivista nel 1953, in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque in questione, includendole pressoché per intero. Alla luce di tali rivendicazioni, Pechino ha, ad esempio, costruito isole artificiali e postazioni militari in più punti, provocando proteste da parte degli altri Paesi. Anche Taiwan rivendica pressoché in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale mentre Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, ne reclamano solamente alcune parti. In tali acque passano ricche rotte commerciali che rappresentano 1/3 delle spedizioni a livello mondiale, e nel loro sottosuolo sono presenti ricche risorse energetiche.

In tale contesto, gli Stati Uniti hanno più volte criticato le rivendicazioni cinesi e le forze navali e aeree di Washington conducono operazioni in tali acque. Lo scorso 24 gennaio, ad esempio, gli USA hanno poi inviato la portaerei USS Theodore Roosevelt nel Mar Cinese Meridionale per “promuovere la libertà in mare”. Il 28 gennaio, invece, nella telefonata con Locsin, Blinken ha ribadito che gli USA non riconoscono le rivendicazioni cinesi in tali acque in quanto esse sorpassano le zone marittime sulle quali la Cina può avanzare rivendicazioni di sovranità in base alla Legge sulla convenzione dei mari del 1982.

Lo scorso 13 luglio, l’ex segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, aveva respinto le rivendicazioni cinesi e rivolto un appello ufficiale ai Paesi partner e alleati degli USA nel Mar Cinese Meridionale affermando che Washington sarebbe stata dalla loro parte nella protezione dei loro diritti di sovranità, respingendo la “legge del più forte” portata avanti da Pechino. Più tardi, l’amministrazione dell’ex presidente, Donald Trump, aveva sanzionato aziende e soggetti cinesi per le violazioni compiute nel bacino asiatico. Secondo i primi segnali lanciati, anche l’amministrazione del presidente statunitense, Joe Biden, sembrerebbe essere pronta a schierarsi contro la Cina per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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