La Turchia non è disposta ad abbandonare il Golfo di Aden, ecco perché

Pubblicato il 26 gennaio 2021 alle 15:41 in Medio Oriente Turchia

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La presidenza turca, il 25 gennaio, ha presentato una mozione al Parlamento di Ankara con cui ha chiesto di estendere la missione della Marina turca nel Golfo di Aden, nel Mar Arabico e nelle acque territoriali della Somalia per un altro anno, a partire dal 10 febbraio 2021.

Si prevede che la mozione sarà oggetto di un incontro parlamentare del 26 gennaio, in vista della scadenza della Missione prevista per il 5 febbraio prossimo. Ad ogni modo, si tratta di una richiesta avanzata ogni anno, sin dal 2008, e che ha ricevuto l’approvazione del Parlamento per 13 volte consecutive. L’obiettivo della Turchia è controllare e garantire la sicurezza del Golfo di Aden, ritenuto un punto di passaggio strategico per il commercio del greggio proveniente dalla regione mediorientale. Ciò prevede altresì la partecipazione in operazioni congiunte, in collaborazione con altri Paesi a livello internazionale, volte a contrastare la minaccia terroristica e gli atti di pirateria o di rapina che potrebbero verificarsi nelle acque del Mar Arabico.

Tuttavia, secondo alcuni, la richiesta presentata il 25 gennaio è indice della riluttanza della Turchia ad abbandonare i propri piani, definiti “destabilizzanti”, in Yemen e nel Corno d’Africa, nonostante Ankara fosse sembrata disposta ad allentare le tensioni con alcuni attori regionali, Arabia Saudita in primis, alla luce dei risultati positivi raggiunti nel dossier della crisi del Golfo. Secondo alcuni analisti politici, sono due gli orientamenti seguiti dalla Turchia nelle sue relazioni con Riad. Il primo si basa sull’adulazione, mostrando buone intenzioni e andando oltre l’eredità della crisi di Jamal Khashoggi. Il secondo consiste nel continuare a imporre una politica del fatto compiuto.

Alla luce di ciò, a detta dei medesimi analisti, la decisione di estendere la missione nel Golfo di Aden e nel Mar Arabico è da considerarsi una sorta di promemoria per l’Arabia Saudita, con cui la Turchia vuole evidenziare come, sebbene disposta a una de-escalation, non rinuncerà ad avere un ruolo nel Corno d’Africa. Al contrario, Ankara mirerebbe a recuperare in Yemen e in Somalia quanto ha perso in Sudan, dopo non essere riuscita a portare a termine i propri progetti nella base di Suakin.

Circa lo Yemen, il sostegno turco a gruppi e milizie legate ai Fratelli Musulmani, congiuntamente al Qatar, è uno dei fattori che ha ostacolato per diversi mesi l’attuazione dell’Accordo di Riad, in contrapposizione con il piano promosso dall’Arabia Saudita, volto a risolvere il conflitto yemenita politicamente, al fine di limitare l’influenza iraniana e garantire la sicurezza del Regno. Sebbene l’accordo di Riad sembra aver portato a risultati positivi significativi, sono diverse le notizie che parlano di un perdurante ruolo di Ankara in Yemen, la quale mira ad assicurarsi un punto d’appoggio strategico nel Paese.

Motivo per cui, secondo quanto circolato sino ad ora e riportato dal quotidiano al-Arab, la Turchia starebbe altresì appoggiando esponenti della Fratellanza a Shabwa, un governatorato yemenita ricco di risorse petrolifere, che si affaccia sul Mar Arabico, mentre ha offerto sostegno per la costruzione del porto di Qena, il che si prevede darà ad Ankara una maggiore libertà di movimento per realizzare i propri piani in Yemen e nella regione. Non da ultimo, la Turchia ha altresì rafforzato la propria presenza in materia di intelligence, inviando agenti sotto diverse coperture, tra cui membri di missioni umanitarie come la Turkish Humanitarian Relief Foundation.

L’avventurismo turco non si ferma, però, allo Yemen. Stando a quanto riferiscono alcuni analisti, le attività di Ankara che ostacolano gli interessi dell’Arabia Saudita e di altri paesi del Golfo sono diventate più evidenti nel Corno d’Africa, e soprattutto in alcune postazioni in Somalia e Gibuti. L’obiettivo è prendere il controllo dei porti che si affacciano su Bab al-Mandeb, compresi quelli di Gibuti e Berbera nella Repubblica del Somaliland, e il porto di Mogadiscio, così da facilitare il controllo delle attività di import ed export verso il Corno d’Africa. Questo, però, è considerato una minaccia per i Paesi del Golfo.

La Turchia ha stabilito una grande base militare nella capitale somala, Mogadiscio, per addestrare soldati regolari. La base, la cui costruzione è costata circa cinquanta milioni di dollari, secondo le fonti, può ospitare e addestrare quasi 1.500 soldati per volta. La base, inoltre, può ospitare navi da guerra e aerei militari, nonché unità di comando. Parallelamente, Ankara fornisce armi e attrezzature alle forze addestrate in Somalia, ma la formazione è considerata un pretesto per espandere la sua influenza nel Paese africano e sfruttarne le ricchezze. Al contempo, la Turchia starebbe sostenendo economicamente il Gibuti e, nello specifico, i progetti della Grande Zona Industriale, oltre a programmi di carattere educativo e religioso.

Di fronte a tale scenario, gli analisti affermano che l’obiettivo della Turchia è mostrare la sua capacità di contenere le perdite che Ankara ha subito a causa delle politiche del presidente Recep Tayyip Erdogan, che hanno messo a dura prova le relazioni del Paese sia con l’Occidente sia con la regione del Golfo. Il leader turco starebbe quindi cercando di sopperire alle carenze della sua politica attraverso una narrativa ingannevole che non gli richiede di fare alcuna concessione.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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