Siria: al via i colloqui del Comitato Costituzionale di fronte a una “calma fragile”

Pubblicato il 25 gennaio 2021 alle 9:53 in Medio Oriente Siria

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Nonostante le divergenze sorte nelle ultime settimane, Ginevra ospiterà, a partire da oggi, lunedì 25 gennaio, il quinto round dei colloqui del Comitato costituzionale, un organismo promosso dalle Nazioni Unite per porre fine alla perdurante crisi in Siria. Nel frattempo, il Paese mediorientale continua ad essere testimone di perduranti tensioni, da Idlib a Daraa.

Il numero totale dei membri partecipanti al Comitato ammonta a 150. In particolare, 50 sono stati scelti dal regime siriano, 50 dalle fazioni di opposizione e la restante parte dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Geir Otto Pedersen, il quale ha tenuto conto dell’opinione di esperti e di rappresentanti della società civile. Il fine ultimo degli incontri è redigere una Costituzione per la Siria, la quale dovrà poi essere votata dal popolo siriano, con l’obiettivo di porre fine al conflitto attraverso un meccanismo in cui siano i siriani stessi ad essere i protagonisti. Parallelamente, un organismo ristretto, composto da 45 membri, sarà impegnato in negoziati mediati dalle Nazioni Unite.

Pedersen ha riposto grandi speranze nel ciclo di incontri del 25 gennaio, ritenendo che questo possa rappresentare un punto di svolta. Durante una conferenza stampa tenuta in precedenza, il 22 gennaio, l’inviato dell’Onu ha affermato che il Comitato Costituzionale, se gestito in modo corretto, potrà rappresentare il punto di partenza per il processo di ricostruzione della fiducia tra le parti belligeranti, i cui rappresentanti sono seduti al tavolo dei negoziati, oltre che per un processo politico più ampio. Tuttavia, ha precisato Pedersen, il Comitato non potrà non tener conto di tutti gli altri fattori che caratterizzano la crisi siriana e, soprattutto, è necessaria una “volontà politica” da parte di ciascun attore per andare avanti. La speranza è che gli incontri iniziati il 25 gennaio possano portare a un accordo su un piano di azione chiaro, che possa garantire un primo risultato nel processo costituzionale, oltre alla creazione di metodi e strumenti operativi efficaci. Per fare ciò, a detta di Pedersen, sono necessari negoziati “veri”, in cui le parti siano impegnate in uno scambio di opinioni concreto.

È stato lo stesso inviato ad evidenziare come, nonostante l’accordo di cessate il fuoco stabilito da Russia e Turchia il 5 marzo 2020, la situazione in Siria potrebbe precipitare in qualsiasi momento, in quanto si tratta di una “calma fragile”. A tal proposito, il 24 gennaio, il quotidiano al-Araby al-Jadeed ha riferito che diversi civili sono rimasti feriti a seguito di un bombardamento perpetrato dalle forze del governo siriano, legate al presidente Bashar al-Assad, contro la città meridionale di Tafas, nell’area rurale di Daraa. In particolare, un attivista locale, Abu Muhammad al-Hourani, ha riferito al quotidiano che la città è stata colpita “indiscriminatamente” con colpi di mortaio, mentre ex membri dei gruppi di opposizione si scontravano con le forze del regime.

Ciò è avvenuto mentre delegati di Damasco sono impegnati in negoziati con rappresentanti della regione meridionale di Daraa, al fine di convincere i membri dell’opposizione a “riconciliarsi”, deponendo le armi e trasferendosi a Idlib. Fino ad ora, però, tali colloqui non hanno portato all’esito auspicato, e il clima di tensione non si è mai placato. Parallelamente, le forze di Assad hanno continuato con i tentativi di “infiltrazione” nella regione, a danno dei gruppi di opposizione locali, e hanno inviato rinforzi, tra cui carri armati e veicoli pesanti, verso le proprie postazioni, facendo presagire un’escalation militare nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

L’area di Daraa è nota per essere stata la culla della rivoluzione in Siria, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. In particolare, è qui che alcuni giovani ribelli avevano scritto su un muro uno dei primi slogan antiregime, tra cui “È il tuo turno, dottore”, con riferimento al presidente siriano Assad. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da un accordo di resa con il regime siriano e la Russia.

Diversamente da altre zone circostanti, ritornate, nel corso del tempo, nelle mani del regime, l’esercito di Assad non ha dispiegato le proprie forze nell’area, facendo affidamento su alleati presenti sul posto per garantire la sicurezza della provincia. Numerosi combattenti dell’opposizione sono, però, rimasti nel governatorato, mantenendo il controllo di vaste aree rurali a Sud, Est ed Ovest. Alcuni cooperano con le istituzioni statali, altri si sono uniti al contingente dell’esercito del regime appoggiato dalla Russia. Pertanto, i diversi gruppi di opposizione del governatorato di Daraa sono in parte appoggiati da Mosca, con particolare riferimento a quelli stanziati a Nord e Nord-Est, mentre altri ricevono il sostegno di Teheran e di Hezbollah. Parallelamente, tale regione meridionale assiste quasi quotidianamente ad attacchi e omicidi, perpetrati perlopiù con armi da fuoco e ordigni esplosivi da gruppi armati sconosciuti, che colpiscono membri del regime e suoi alleati, nonché persone impegnate all’interno dei “gruppi di riconciliazione”.

Nel frattempo, anche nel governatorato Nord-occidentale di Idlib è stata registrata una violazione della tregua, e, più nello specifico, bombardamenti per mezzo di artiglieria e missili contro i villaggi della regione, tra cui al-Fateera, Kansafra, Sufuhun, nel Sud di Idlib, oltre alla periferia Nord-occidentale di Hama, mentre la Turchia ha inviato rinforzi presso Jabal al-Zawiya. Il governatorato di Idlib rappresenta l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo delle forze di opposizione ed era al centro di una violenta offensiva lanciata nel mese di aprile 2019. Poi, il 5 marzo 2020, il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua, volta a favorire il ritorno degli sfollati e rifugiati siriani. Da allora, si assiste a una situazione di calma apparente, sebbene le “sporadiche violazioni” non siano mai cessate.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione