L’Egitto ricorda la rivoluzione, Amnesty denuncia la situazione nelle carceri

Pubblicato il 25 gennaio 2021 alle 12:16 in Africa Egitto

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Sono trascorsi dieci anni dall’inizio dell’ampia mobilitazione popolare che ha portato alla caduta del presidente Hosni Mubarak, al potere da circa 30 anni. Nel ricordare un tale anniversario, Amnesty International ha rilasciato un rapporto in cui vengono denunciate le condizioni in cui vivono i detenuti nelle prigioni dell’Egitto.

Come riportato da al-Jazeera, le autorità egiziane hanno intensificato le misure di sicurezza, anche alla luce della pandemia di Covid-19, per evitare che la popolazione egiziana scenda in piazza per commemorare l’anniversario della rivoluzione. Parallelamente, è stato prorogato lo stato di emergenza, che consente alle forze dell’ordine e di sicurezza, tra le diverse disposizioni, di prendere tutte le misure necessarie a contrastare il terrorismo e il suo finanziamento, a proteggere le proprietà pubbliche e private e a preservare la vita dei cittadini. Inoltre, è da settimane che le autorità egiziane hanno dato il via a campagne di arresti e perquisizioni, anche di cellulari, con il fine ultimo di evitare che gli oppositori organizzassero nuove proteste. Tuttavia, ha sottolineato al-Jazeera, diversamente da altri anni, gli inviti a protestare sono stati quasi assenti, anche a causa delle crescenti preoccupazioni legate alla pandemia di coronavirus.

Le proteste scoppiarono il 25 gennaio 2011 a piazza Tahrir, un luogo centrale della capitale egiziana Il Cairo, e si trasformarono presto in quella che venne definita una “rivoluzione”. Furono numerosi i cittadini, tra cui molti giovani, che scesero in piazza in nome di un “sogno”, chiedendo giustizia sociale, libertà e dignità, ma che si trovarono altresì al centro di scontri con le forze dell’ordine scese in campo per reprimere una mobilitazione di tale portata. L’11 febbraio dello stesso anno, il capo di Stato Hosni Mubarak fu costretto a dimettersi, ma diversi cittadini egiziani evidenziano, a dieci anni di distanza, come le cose, in realtà, non sono andate come ci si aspettava.

Al contrario, alla caduta di Mubarak, ha fatto seguito un periodo definito di “repressione”, durante il quale un gran numero di politici, attivisti e giornalisti è stato arrestato, mentre numerosi altri si sono visti costretti a fuggire. Nel 2012, Mohamed Morsi, un membro della Fratellanza Musulmana, fu eletto primo presidente civile nella storia del Paese, ma il suo mandato si rivelò divisivo. Tra le massicce proteste, i militari, guidati dall’allora ministro della Difesa Abdel Fattah al-Sisi, riuscirono a provocare la caduta di Morsi nel 2013, a sciogliere il Parlamento e a classificare la Fratellanza come “gruppo terroristico”. Ne è seguito un giro di vite contro coloro che si sono opposti al nuovo governo, mentre al-Sisi ha vinto due mandati presidenziali in elezioni che i gruppi per la difesa dei diritti umani hanno definito antidemocratiche.

Nessuno sa esattamente quanti egiziani siano fuggiti dalla persecuzione politica perpetrata dopo la rivoluzione. I dati della Banca mondiale mostrano un aumento degli emigrati dall’Egitto dal 2011. 3.444.832 egiziani hanno lasciato il Paese Nord-africano nel 2017, quasi 60.000 in più rispetto al 2013. Tuttavia, è difficile distinguere i migranti economici dagli esiliati politici. Parallelamente, Human Rights Watch ha stimato, nel 2019, un numero di prigionieri politici, detenuti in Egitto, pari a 60.000. Il Comitato per la protezione dei giornalisti classifica il Paese al terzo posto, dopo Cina e Turchia, nella detenzione di giornalisti.

Di fronte a tale scenario, l’organizzazione internazionale Amnesty International ha pubblicato un rapporto, intitolato “Che mi importa se muori?- Negligenza e negazione dell’assistenza sanitaria nelle carceri egiziane”, in cui viene denunciata la situazione dei luoghi di detenzione del Paese Nord-africano, attraverso la documentazione delle esperienze di 67 individui detenuti in carceri sia femminili sia maschili.

“I funzionari nelle prigioni mostrano un totale disprezzo per la vita e il benessere dei detenuti rinchiusi in carceri sovraffollate” ha affermato Philip Luther, direttore del dipartimento per la ricerca e la sensibilizzazione per il Medio Oriente e Nord Africa, il quale ha messo in luce la mancanza di protezione anche di fronte al diffondersi della pandemia di Covid-19. Anche in caso di condizioni di salute precarie, è stato riferito, sono le famiglie dei prigionieri ad essere incaricate di fornire farmaci, cibo e il denaro necessario ad acquistare beni di prima necessità, mentre molto spesso sono state negate cure mediche. Non da ultimo, ha denunciato l’organizzazione, i detenuti sono oggetto di discriminazione, sulla base della propria condizione socio-economica, mentre sono numerosi i prigionieri detenuti esclusivamente per aver difeso i propri diritti o per motivi politici, a cui viene negata non solo l’assistenza sanitaria di cui necessiterebbero, ma anche cibo e visite da parte dei propri familiari.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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