L’Arabia Saudita sventa un attacco contro Riad, gli Houthi i presunti responsabili

Pubblicato il 23 gennaio 2021 alle 11:05 in Arabia Saudita Yemen

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L’Arabia Saudita ha affermato di aver intercettato e sventato un attacco, presumibilmente condotto o con missili o con droni, contro la propria capitale, Riad, il 23 gennaio, i cui presunti responsabili potrebbero essere i ribelli sciiti Houthi dello Yemen, che il regno saudita sta combattendo nel contesto del conflitto yemenita. Al momento, però, il gruppo non ha ancora rivendicato l’attacco.

Alcuni video diffusi sui social media hanno mostrato un’esplosione aerea nei cieli di Riad e la televisione di Stato saudita, la Al-Hadath TV, ha confermato che fonti governative hanno dichiarato di aver intercettato un attacco contro la capitale.

Prima dell’ultimo episodio di tensione contro Riad, il 22 gennaio, la coalizione di Stati guidati dall’Arabia Saudita, intervenuta nel conflitto in Yemen a sostegno del governo legittimo del presidente Rabbo Mansour Hadi, aveva dichiarato di aver sventato altri due attacchi da parte degli Houthi. Uno di essi sarebbe stato progettato per mezzo di un’imbarcazione carica di esplosivo nel Mar Rosso, mentre nell’altro si sarebbe trattato di un drone armato, diretto contro l’Arabia Saudita.

In Yemen, è in corso una guerra civile, descritta dall’Onu come la peggior crisi umanitaria al mondo, da quando i ribelli sciiti Houthi hanno iniziato a combattere per il controllo sulle regioni meridionali del Paese. Il 21 settembre 2014, sostenuti dal precedente regime del defunto presidente Ali Abdullah Saleh, gli Houthi avevano effettuato un colpo di Stato che aveva consentito loro di prendere il controllo delle istituzioni statali nella capitale Sana’a. Il presidente legittimo Hadi era stato inizialmente messo ai domiciliari presso la propria abitazione nella capitale e, dopo settimane, era riuscito a fuggire, recandosi dapprima ad Aden, attuale sede provvisoria del governo, e poi in Arabia Saudita, dove risiede tutt’ora.

Hadi è sostenuto da una coalizione di Stati guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta nel conflitto in Yemen il 26 marzo 2015, ed è stato riconosciuto anche dalla comunità internazionale come legittimo leader del Paese. La coalizione a suo sostegno comprende l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, l’Egitto, il Marocco, la Giordania e il Senegal. I ribelli sciiti Houthi sono sostenuti, invece, dall’Iran e dalle milizie libanesi filo-iraniane di Hezbollah.

Questi ultimi, dallo scorso 19 gennaio, sono stati classificati ufficialmente dagli USA come un’organizzazione terroristica straniera, ai sensi della sezione 219 della Legge sull’Immigrazione e la Cittadinanza. Dall’insediamento a capo della Casa Bianca del nuovo presidente statunitense, Joe Biden, lo scorso 20 gennaio, il Dipartimento di Stato degli USA sta conducendo un riesame della designazione degli Houthi come gruppo terroristico, operata dall’amministrazione dell’ormai ex-presidente statunitense, Donald Trump. Lo scorso 22 gennaio, un portavoce dell’istituzione ha affermato che il governo di Washington sta lavorando quanto più velocemente possibile per concludere le proprie ricerche e giungere ad una decisione. Più funzionari dell’Onu e associazioni umanitarie hanno affermato che la classificazione degli Houthi come gruppo terroristico potrebbe aggravare ulteriormente la crisi umanitaria in Yemen. Tuttavia, al momento, gli USA hanno reso esenti dal proprio provvedimento contro gli Houthi le Nazioni Unite, la Croce Rossa e le esportazioni di beni agricoli e sanitari.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), circa 233.000 persone avrebbero perso la vita nel conflitto yemenita e le ostilità avrebbero portato il Paese sull’orlo della carestia e devastato le sue strutture sanitarie. Secondo l’Onu, l’80% della popolazione yemenita, che in totale conta circa 30 milioni di persone, necessita di forme di aiuto o protezione, circa 13,5 milioni di yemeniti affronterebbero uno stato di insicurezza alimentare e 16.500 persone già vivrebbero in condizioni di carestia.

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Camilla Canestri

di Redazione

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