UNHCR: 2 milioni di sfollati interni nel Sahel

Pubblicato il 22 gennaio 2021 alle 20:40 in Burkina Faso Mali

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Più di due milioni di persone sono rimaste sfollate a causa della violenza che ha travolto la regione africana del Sahel, secondo quanto affermato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). La risposta umanitaria è “pericolosamente necessaria” in un’area che copre dal Burkina Faso, al Ciad, al Mali, fino al Niger. Il portavoce dell’UNHCR, Boris Cheshirkov, ha dichiarato, davanti ai giornalisti a Ginevra, che “questa violenza inesorabile deve finire”, sottolineando che il numero degli sfollati interni è quadruplicato dall’inizio del 2019. “L’estrema vulnerabilità del Sahel è stata messa a nudo dall’impatto degli sfollamenti forzati, causati dalla violenza diffusa e raccapricciante perpetrata da gruppi di insorti armati e da bande criminali”, ha aggiunto Cheshirkov. I Paesi del Sahel, secondo quanto ribadito dal portavoce dell’Agenzia, hanno particolarmente bisogno di aiuto dal momento che la maggior parte delle scuole e degli ospedali sono stati chiusi a causa delle violenze.

Gruppi armati affiliati ad al-Qaeda e all’Isis, una volta confinati in aree come il Nord del Mali, si sono estesi recentemente nelle aride boscaglie del Sahel, in Burkina Faso e Niger, alimentando tensioni etniche mentre cercano di far cadere i governi, conquistare il potere e attaccare le forze di sicurezza. Il deterioramento della situazione ha creato un’enorme crisi umanitaria, distruggendo le fragili economie agricole e rallentando gli sforzi umanitari.

Più della metà degli sfollati nella regione si trova nel Burkina Faso, ormai sotto attacco dal 2015, quando i combattenti jihadisti sono arrivati dal vicino Mali. I problemi nel Paese africano si sono intensificati nelle ultime settimane, secondo quanto specificato da Cheshirkov. Più di 11.000 persone, per lo più donne e bambini, sono fuggite dagli attacchi dentro e intorno alla città settentrionale di Koumbri, a inizio gennaio, e hanno cercato riparo presso l’UNHCR, che sta costruendo rifugi e distribuendo aiuti. “Nonostante il nostro aiuto e la generosità di chi li ospita, molti degli sfollati interni non hanno un alloggio di base e dormono sotto il cielo aperto”, ha dichiarato Cheshirkov. “Gli Stati devono agire ora per aiutare i Paesi del Sahel ad affrontare le cause profonde di questo sfollamento forzato, per promuovere lo sviluppo strategico e sostenibile e per rafforzare istituzioni come scuole e ospedali, molti dei quali hanno chiuso a causa della violenza in corso. La situazione è inoltre ulteriormente peggiorata a causa della pandemia di COVID-19″, ha aggiunto il portavoce.

Oltre agli sfollati interni, più di 850.000 persone sono fuggite dal Mali e si sono rifugiate in altri Paesi. In tutto il Sahel, l’UNHCR e altre agenzie stanno lavorando per aiutare centinaia di migliaia di sfollati con ripari, aiuti e denaro.

Nel 2012, il Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata scoppiata nel Nord e, successivamente, nel 2013, la situazione è peggiorata quando le forze francesi hanno respinto i ribelli islamisti e Tuareg dai territori del Nord, occupati nel corso dell’anno precedente. Da allora, si verificano periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. Inizialmente le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del Nord ma, nel corso del tempo, si sono estese anche nel centro e nel Sud del Paese. 

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo dell’area e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale.

Insieme al Mali e al Niger, il Burkina Faso uno dei Paesi più colpiti dalla furia dei jihadisti nella regione del Sahel. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 4000 persone sono rimaste uccise in attentati perpetrati nel 2019 nei tre Paesi. Per lungo tempo risparmiato dai gruppi armati attivi nel Sahel, il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo, è divenuto bersaglio dei movimenti jihadisti in seguito alla caduta dell’ex presidente Blaise Compaore, nell’ottobre 2014. I militanti, alcuni legati ad al-Qaeda, altri allo Stato Islamico, hanno cominciato a infiltrarsi nel Paese dalle regioni del Nord, al confine con il Mali e con il Niger. Da lì, si sono poi spostati in altre direzioni, soprattutto a Est. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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