L’Arabia Saudita impegnata in “Naval Defender 21”, mentre guarda a Teheran

Pubblicato il 22 gennaio 2021 alle 14:35 in Arabia Saudita USA e Canada

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La Marina statunitense e le forze navali reali dell’Arabia Saudita hanno dato il via a un’esercitazione militare congiunta, soprannominata “Naval Defender 21”, volta a rafforzare la collaborazione tra Washington e Riad in termini di sicurezza militare.

L’esercitazione ha avuto inizio il 21 gennaio presso la base navale di Re Abdulaziz, in Arabia Saudita, dove è stanziata la flotta orientale saudita di Jubail, alla presenza del vice ammiraglio Majed bin Hazza Al-Qahtani. L’operazione, è stato riferito, mira a migliorare il livello di prontezza e le capacità militari del personale di entrambi i Paesi, e, stando a quanto dichiarato dal contrammiraglio Awwad bin Rashid al-Enezi, i partecipanti terranno altresì diverse conferenze e corsi di formazione, con l’obiettivo di scambiare nozioni ed esperienze in termini di tecniche di combattimento e sicurezza marittima. Il fine ultimo è garantire la sicurezza delle acque territoriali della regione del Golfo, delle sue coste e dei porti, oltre a rafforzare la cooperazione tra i Paesi coinvolti. All’esercitazione ha preso parte anche un dragamine della Marina britannica.

Si prevede che Naval Defender durerà per circa due settimane e, da parte saudita, vedrà la partecipazione anche di unità delle forze speciali per la sicurezza marittima e velivoli delle forze navali. Una prima esercitazione avente lo stesso titolo si era già tenuta agli inizi del 2020 e, anche in questo caso, era stata svolta congiuntamente alla Marina statunitense. In realtà, il Regno, negli ultimi anni, ha svolto esercitazioni in collaborazione con diversi Paesi tra cui la Cina, con cui ha condotto Blue Sword 2019, dal 17 novembre 2019, e l’Egitto, con cui ha avviato, il 22 gennaio 2020, “Marjan 16”, svoltasi prevalentemente nelle acque del Mar Rosso. Secondo diverse fonti, l’obiettivo di Riad è difendere le proprie coste, lunghe chilometri, da perduranti minacce provenienti anche dal Golfo Arabico e dal Mar Rosso. Inoltre, trovarsi in un’area rilevante a livello geopolitico ed economico ha reso necessario, per Riad, migliorare il proprio livello di preparazione e coordinamento.

Tra i Paesi annoverati da Riad nella lista dei principali nemici vi è l’Iran. A tal proposito, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan Al-Saud, ha dichiarato, il 21 gennaio, che il proprio Paese continuerà a tendere la mano verso la pace con Teheran, ma ha criticato i continui appelli dell’Iran al dialogo, i quali, a detta del ministro, mirano soltanto a procrastinare i propri impegni rispetto agli accordi presi, senza tener conto delle crisi in corso. Pertanto, la Repubblica islamica è stata esortata a cambiare il suo approccio e a concentrarsi sul benessere del proprio popolo.

Al contempo, il ministro saudita ha espresso ottimismo per la nomina del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con cui Riad si è detta pronta a collaborare anche in merito all’accordo sul nucleare iraniano, per far sì che questo abbia basi solide.  Il riferimento va al Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. A detta del ministro al-Saud, tale accordo presenta dei punti deboli, i quali sono stati causati soprattutto da una mancanza di coordinamento tra i Paesi del Golfo. A tal proposito, il ministro ha fatto riferimento anche alla dichiarazione di al-Ula, siglata il 5 gennaio scorso in Arabia Saudita e che ha posto definitivamente fine alla crisi del Golfo e all’embargo contro il Qatar da parte di Riad, Abu Dhabi, Manama e Il Cairo. La dichiarazione, ha affermato al-Saud, sarà una solida base per il coordinamento tra i Paesi arabi e del Golfo e degli arabi, oltre ad essere un punto di partenza verso la risoluzione delle questioni lasciate in sospeso.

Tali affermazioni sono giunte dopo che, il 18 gennaio, il ministro degli Esteri qatariota, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha affermato che il suo governo spera che i Paesi arabi vicini possano riprendere a dialogare con Teheran, e, in tal caso, Doha è pronta a mediare con chiunque lo desideri, Stati Uniti compresi. A seguito di tale affermazione, il 20 gennaio, l’omologo iraniano, Mohamad Javad Zarif, ha accolto con favore la disponibilità di Doha, in quanto, come sottolineato anche in precedenza, l’Iran crede che la soluzione alle sfide comuni stia nella collaborazione e nella formazione di una “regione forte” oltre che “pacifica, stabile, prospera e libera da egemonie internazionali o regionali”.

Tuttavia, queste affermazioni contraddicono quanto dichiarato dall’Arabia Saudita alla firma della dichiarazione di al-Ula, quando aveva riferito che riavvicinarsi al Qatar avrebbe consentito ai Paesi del Golfo di affrontare meglio le minacce poste dal programma missilistico e nucleare del regime iraniano, considerato un pericolo imminente. Non da ultimo, alle parole di Doha e Teheran non sono corrisposte dichiarazioni da parte degli altri vicini regionali, i quali, secondo alcuni analisti, non hanno ben accolto le esercitazioni militari e le operazioni condotte nelle ultime settimane dall’Iran, volte a mostrare le proprie capacità offensive e difensive soprattutto a Washington.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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