Iraq: l’ISIS rivendica l’attentato di Baghdad

Pubblicato il 22 gennaio 2021 alle 8:31 in Iraq Medio Oriente

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Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco che, il 21 gennaio, ha colpito il centro della capitale irachena Baghdad.

La notizia è stata riportata da al-Arabiya il 22 gennaio, dopo che l’organizzazione terroristica, all’alba del medesimo giorno, ha annunciato la propria responsabilità sul suo account Telegram, attraverso l’agenzia Amaq. Nel frattempo, il numero delle vittime è salito a 32 morti e almeno 110 feriti, il che rappresenta il bilancio più elevato registrato a Baghdad negli ultimi tre anni.

Il 21 gennaio, un doppio attentato suicida ha colpito un mercato di vestiti di seconda mano definito “affollato”, situato nell’area di Bab al-Sharji, nei pressi di piazza Tayaran. Secondo quanto riferito in un primo momento da fonti mediche e dell’apparato di sicurezza iracheno, un attentatore che indossava una cintura esplosiva si è fatto esplodere nel centro della capitale. Il generale Tahseen al-Khafaji, portavoce del Joint Operations Command, ha successivamente raccontato che le esplosioni sono state, in realtà, due. Nello specifico, il primo attentatore ha fatto esplodere la cintura indossata dopo aver finto di aver bisogno di aiuto per dolori allo stomaco, così da radunare un maggior numero di persone attorno a sé. Il secondo kamikaze, invece, si è fatto saltare in aria mentre le forze di sicurezza lo stavano inseguendo, e dopo che un gran numero di persone era accorso nella piazza per assistere le vittime causate dalla prima esplosione.

Da parte sua, il Ministero della Salute iracheno ha annunciato di aver mobilitato il maggior numero di risorse a sua disposizione per assistere le vittime ferite dall’attentato. A seguito dell’accaduto, inoltre, le forze di sicurezza si sono dispiegate in tutta la capitale, mentre le vie d’accesso alla Green Zone, l’area fortificata sede di istituzioni e ambasciate, sono state chiuse al traffico. L’attentato, definito “spregevole”, è stato fortemente condannato dalla missione delle Nazioni Unite in Iraq, la quale ha però specificato che quanto accaduto non ostacolerà il cammino del Paese verso la stabilità e la prosperità. Simili voci di condanna sono giunte anche dal capo di Stato, Barham Salih.

Da parte sua, il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, poche ore dopo l’attentato, ha tenuto una riunione d’emergenza con i membri dell’apparato di sicurezza e, stando a quanto riportato dall’ufficio del premier, alcuni leader dell’establishment militare e delle forze di sicurezza sono stati licenziati, mentre sono state emanate nuove ordinanze volte a modificare l’organizzazione delle forze irachene nella città. Al contempo, al-Kadhimi ha affermato che la risposta all’attacco del 21 gennaio sarà “sconvolgente” e “crudele”.

Quanto accaduto il 21 gennaio è stato definito insolito, in quanto la capitale non assisteva ad episodi simili da circa tre anni. Uno degli ultimi attacchi di tal tipo risale al 15 gennaio 2018, quando due kamikaze si fecero esplodere nella stessa piazza, causando la morte di circa 35 persone. Tuttavia, l’Iraq non può dirsi ancora in salvo dalla minaccia terroristica. A tal proposito, un membro dell’Alta Commissione irachena per i Diritti Umani, Ali al-Bayati, ha affermato che le esplosioni verificatesi il 21 gennaio sono indice di un ritorno della minaccia terroristica e, allo stesso tempo, della debolezza dell’apparato di sicurezza.

Un report rilasciato dalle Nazioni Unite, nel mese di agosto 2020, indica che sono più di 10.000 i militanti dell’ISIS ancora attivi in Iraq e in Siria. Questi sono organizzati in piccole cellule e si spostano tra i due Paesi liberamente, mentre altri avrebbero trovato riparo nel Nord-Est dell’Iraq, nella zona montuosa di Hamrin, da cui starebbero conducendo una “guerra di logoramento” contro le forze di sicurezza irachene. Inoltre, secondo diverse fonti, l’obiettivo dell’organizzazione è minare il governo di Baghdad, attraverso attentati contro forze di sicurezza e gruppi civili che colpiscono anche infrastrutture statali, situate perlopiù in “aree aperte” a Nord di Baghdad.

La presunta fine dello Stato Islamico risale al 9 dicembre 2017, quando, dopo tre anni di battaglie, il governo iracheno annunciò la vittoria sull’ISIS. In particolare, fu il primo ministro dell’Iraq allora in carica, Haider Al-Abadi, a comunicare che l’esercito aveva ripreso il totale controllo del Paese, dopo la riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. L’inizio della presenza dello Stato Islamico in Iraq risale, invece, al 2014. Dopo aver occupato gran parte del territorio iracheno, il 10 giugno di quell’anno l’organizzazione prese anche il controllo di Mosul, seconda città del Paese e principale nucleo urbano caduto in mano ai jihadisti, liberata poi il 10 luglio 2017.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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