Tunisia: proteste senza fine

Pubblicato il 21 gennaio 2021 alle 11:50 in Africa Tunisia

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La Tunisia continua ad essere testimone di violente proteste, sia diurne sia notturne, che hanno messo sempre più in luce una spaccatura tra “la strada”, ovvero la popolazione, e le classi politiche al potere.

L’ampia mobilitazione ha avuto inizio il 15 gennaio a Siliana, a 130 km da Tunisi, e da allora non si è mai del tutto arrestata, sebbene dal 20 gennaio sia stata registrata una leggera de-escalation in alcune aree, come Sidi Bouzid, nell’Ovest della Tunisia, e nel quartiere di At-Tadaman, nella capitale. Nonostante il coprifuoco e le misure di sicurezza imposte dalle autorità tunisine, si è trattato perlopiù di proteste violente, in cui gruppi di manifestanti, tra cui vi sono anche molti giovani, sono stati accusati di atti di vandalismo contro proprietà pubbliche e private. Gli scontri con le forze dell’ordine li hanno poi visti lanciare pietre e utilizzare esplosivi per rispondere ai gas lacrimogeni e alle bombe ad acqua impiegate dagli agenti di polizia. Anche le squadre dell’esercito sono state chiamate a scendere in campo sin dal 17 gennaio, per cercare di placare le tensioni e salvaguardare le istituzioni statali tunisine. Il portavoce del Ministero dell’Interno, Khaled Al-Hayouni, ha precedentemente riferito che il numero di manifestanti detenuti ammonta a quota 632, tra cui vi sono numerosi giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni.

Le proteste hanno interessato soprattutto i sobborghi più poveri della capitale Tunisi, oltre ad altre città del Paese Nord-africano segnate da condizioni di vita precarie e da una scarsa fiducia nelle autorità al potere e nell’apparato di sicurezza. Le richieste dei manifestanti sembrano essere ancora poco chiare, né sembra esservi un piano o un sostegno forte alle spalle. Tuttavia, è da mesi che in Tunisia regna uno stato di malcontento generale, provocato da un sistema economico in declino e da una perdurante instabilità politica, oltre al concomitante peggioramento dei servizi pubblici. La disoccupazione nel Paese Nord-africano risulta essere superiore al 15% e raggiunge picchi del 30% in alcune città. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, un terzo dei giovani tunisini è senza lavoro, mentre un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Ad aver peggiorato ulteriormente la situazione economica tunisina vi sono state, nel corso del 2020, la pandemia di Coronavirus e la minaccia terroristica. Due fenomeni che hanno colpito un settore essenziale per la Tunisia, il turismo, che rappresenta circa l’8% del PIL nazionale ed è una fonte chiave di valuta estera.

Alla luce di ciò, numerosi giovani reclamano un posto di lavoro, ritenuto un diritto e non un favore, mentre il resto della popolazione chiede a gran voce quei valori richiesti sin dalle rivoluzioni della Primavera Araba del 2011, lavoro, dignità e libertà in primis.  Ad essere stati colpevolizzati delle crisi in corso sono il capo di Stato, Kais Saied, e il primo ministro, Hichem Mechichi, ritenuti incapaci di rispondere alle esigenze della popolazione e di rispettare le promesse fatte. Motivo per cui, negli ultimi giorni di protesta, sono stati inneggiati slogan con cui sono state richieste le dimissioni della classe politica al potere e “la caduta dell’intero regime”. A tale richiesta si è successivamente aggiunta quella del rilascio dei numerosi cittadini arrestati a seguito degli scontri, in quanto ritenuti responsabili di aver violato altresì le norme anti-Covid. Il premier, da parte sua, nella sera del 19 gennaio, si è rivolto alla popolazione tunisina, affermando che le sue richieste verranno ascoltate e che mostrare rabbia è legittimo, ma che la situazione di disordine e caos è inaccettabile, e, pertanto, si agirà con “la forza della legge”.

Nel frattempo, anche Amnesty International ha invitato tutti, popolazione e autorità, a “esercitare moderazione”. Dopo aver diffuso video in cui vengono mostrati agenti di polizia picchiare e trascinare i manifestanti, l’organizzazione ha richiesto il rilascio di tutti quei cittadini detenuti arbitrariamente, tra cui l’attivista Hamza Nassri Jeridi, e ha esortato le forze tunisine in campo a evitare l’utilizzo di una forza eccessiva e non necessaria.

Secondo un ex leader del Blocco nazionale, Hatem al-Maliki, l’origine delle divergenze tra la classe politica e la popolazione sta nel fatto che la maggior parte dei partiti in Tunisia si basa su vecchie ideologie superate da tempo. Questi, poi, non sono stati in grado di instaurare un dialogo con i cittadini, soprattutto con i più giovani, i quali sono stati trattati soltanto in termini di meri voti elettorali. Inoltre, la classe politica sembra essere interessata a soddisfare semplicemente i propri interessi, senza badare alle reali aspirazioni dei tunisini, i quali, oltre a questioni legate a diritti umani e democrazia, sono sempre più interessati alle problematiche di tipo economico e a quelle difficoltà concrete che hanno conseguenze per la propria vita quotidiana.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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