L’UE collabora con il Mozambico per riportare la sicurezza a Cabo Delgado

Pubblicato il 20 gennaio 2021 alle 20:44 in Europa Mozambico

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L’Unione Europea ha accettato di collaborare con il Mozambico per frenare un’ondata di violenza armata attribuita a gruppi islamici estremisti attivi nella provincia di Cabo Delgado. La cooperazione dell’UE con il Mozambico è considerata un elemento importante per rafforzare i livelli di sicurezza nell’area costiera, al confine con la Tanzania.

Nel 2020, il gruppo jihadista, fedele allo Stato Islamico, conosciuto localmente con il nome di Al-Shabaab, ma senza alcun collegamento con l’omonima organizzazione terroristica somala, ha attaccato e conquistato quattro città, tra cui il porto di Mocimboa da Praia, occupato ad agosto. Secondo il governo del Mozambico, i combattimenti nel Nord del Paese hanno già causato un bilancio di 2.400 vittime e costretto almeno 570.000 abitanti a fuggire dalle proprie case. Più della metà delle persone rimaste uccisi sono civili, ha affermato l’organizzazione no profit ACLED, che tiene traccia dei dati relativi ai conflitti armati. 

Nel frattempo, il presidente del Mozambico, Filipe Nyusi, ha sostituito i principali generali dell’esercito dopo che l’intensificarsi degli attacchi jihadisti ha minacciato un importante impianto di gas naturale nel Nord del paese. Il rimpasto militare, secondo il quotidiano Africanews, sarebbe giunto proprio in seguito agli attacchi del gruppo islamista, condotti contro una sede del progetto da 20 miliardi di dollari, la cui realizzazione è guidata dal gigante francese Total. L’impianto di gas naturale liquido, che dovrebbe entrare in funzione nel 2024, concentra le speranze del governo di raccogliere ricchezze dai campi energetici offshore del Paese.

A inizio gennaio, Total ha dichiarato di aver evacuato alcuni dei 3.000 membri del suo personale impiegati nell’impianto di Cabo Delgado, dopo che fonti militari avevano riferito che i jihadisti avevano fatto irruzione in quattro località a pochi chilometri di distanza e dopo che uno scontro a fuoco era scoppiato nel sito del progetto. In una dichiarazione, l’ufficio di Nyusi ha affermato che il comandante Lazaro Menete è stato sostituito da Eugenio Mussa come capo di stato maggiore e che è stato nominato anche un nuovo vice capo. Mussa era il comandante sul campo delle forze che combattevano l’insurrezione a Cabo Delgado ed “è stato recentemente elogiato per i buoni risultati ottenuti negli ultimi tempi”, ha riferito Calton Cadeado, ricercatore della sicurezza dell’Università Joaquim Chissano. Tuttavia, “ciò di cui i militari sembrano aver più bisogno sono le risorse”, ha osservato Cadeado, incerto sul fatto che l’allontanamento di Mussa dalla linea del fronte possa aiutare a respingere i jihadisti. La prossima settimana, il presidente Nyusi seguirà una riunione del blocco della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) sulla sicurezza in Mozambico e nella regione africana più ampia.

L’escalation della violenza nella regione, che sembra essere andata fuori controllo, sta suscitando forti preoccupazioni tra i governi dell’Africa meridionale e le organizzazioni internazionali. A inizio novembre, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso “enorme shock” per “le notizie di orribili massacri, comprese le denunce di decapitazioni e rapimenti di donne e bambini”. Nella prima settimana di novembre, oltre 50 persone erano state decapitate e smembrate nei distretti di Miudumbe e Macomiada da un gruppo di combattenti legati all’organizzazione dello Stato Islamico. I militanti avevano attaccato i villaggi, ucciso i civili e incendiato le abitazioni.

Da giugno scorso, lIsis ha rivendicato alcuni degli attacchi più violenti compiuti nel Paese. L’organizzazione ha operato negli anni passati attraverso un gruppo locale che ha effettuato almeno 75 attentati separati in otto distretti della provincia di Cabo Delgado e noto con il nome di Al-Shabaab, che in arabo significa “gioventù”. I media e gli esperti locali, tuttavia, per evitare confusione con l’omonima organizzazione terroristica somala, hanno iniziato a riferirsi al gruppo con l’espressione Ahl-e-Sunnat wal Jamaat, che significa “seguaci della tradizione e dell’unità sunnita”. I leader dell’organizzazione intrattengono legami anche con altri gruppi terroristici dell’Africa orientale. Nel 2018, Ahl-e-Sunnat wal Jamaat ha spostato la propria attenzione su piccoli villaggi remoti, cercando di ridurre al minimo i conflitti diretti con le forze di sicurezza del governo. Con limitate eccezioni, il gruppo ha condotto quasi sempre i propri attacchi nella provincia di Cabo Delgado. Gli attentati variano di intensità e scala, ma generalmente includono l’uso di armi da fuoco e di armi da taglio, ad esempio machete e altri oggetti metallici, e includono spesso il furto di cibo e di altri beni essenziali. Talvolta, le offensive prevedono anche decapitazioni e rapimenti.

Il 24 aprile 2020, il governo del Mozambico ha ammesso per la prima volta la presenza di militanti dell’Isis nel proprio Paese. La Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico (ISCAP), affiliata allo Stato Islamico, ha rivendicato alcuni dei maggiori attacchi nella regione, pubblicando immagini di soldati uccisi e mostrando le armi sequestrate. A marzo, i combattenti si sono smascherati, dichiarando apertamente che stanno intraprendendo una campagna nella regione per stabilire un “califfato islamista”. Di conseguenza, hanno intensificato i loro attacchi, sequestrato edifici governativi, bloccato le strade delle città e issato la bandiera bianca e nera dello Stato Islamico in tutta la provincia di Cabo Delgado, ricca di gas. Exxon Mobil e Total sono tra le maggiori compagnie petrolifere che sviluppano piani per la costruzione di gasdotti al largo del Mozambico settentrionale. Si stima che tali progetti valgano oltre 60 miliardi di dollari e le aziende sono preoccupate che la violenza possa incidere sulle operazioni.

Gli attacchi nella regione sono iniziati nell’ottobre 2017 nella cittadina di Mocimboa da Praia e, da allora, si sono diffusi in altri sette distretti, ovvero un terzo del territorio della provincia. Più di 900 persone sono state uccise, secondo l’ACLED, il Progetto sui dati relativi all’ubicazione e agli eventi dei conflitti armati, e oltre 200.000 abitanti sono stati costretti a fuggire.

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Chiara Gentili

di Redazione

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