Yemen: la Fratellanza alla ricerca di guadagni politici

Pubblicato il 19 gennaio 2021 alle 17:26 in Medio Oriente Yemen

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La sopravvivenza del governo unitario yemenita, istituito con l’accordo di Riad, rischia di essere minacciata dall’assenza di meccanismi chiari, il che potrebbe consentire ad altri attori, tra cui la Fratellanza Musulmana, di compromettere la stabilità dell’organismo appena costituito.

A riportare tale considerazione, è il quotidiano al-Arab, il quale afferma che la Fratellanza Musulmana sta cercando, ancora una volta, di ottenere a livello politico quei risultati che non è riuscita a raggiungere, sino ad ora, sul campo di battaglia, facendo leva sui punti deboli del nuovo esecutivo. Per comprendere le motivazioni alla base di tali ipotesi, si fa riferimento alle obiezioni che hanno caratterizzato le ultime decisioni prese unilateralmente dal capo di Stato, Rabbo Mansour Hadi, e, nello specifico, la nomina di personalità in posizioni di rilievo. Tra queste, la nomina di un ex primo ministro, Ahmed Obeid bin Daghr, a capo del Consiglio della Shura, e di Ahmed Saleh al-Musai come procuratore generale. Il Consiglio della Shura è una seconda camera parlamentare, i cui membri sono nominati “tra coloro che hanno esperienza e competenza”. Stando a quanto riferito da al-Arab, in realtà, tale organismo legislativo non ha mai esercitato le sue funzioni, a causa di divergenze interne nate sin dall’inizio della crisi yemenita.

A detta di al-Arab, Bin Daghr era stato estromesso dal suo incarico, nel 2018, a seguito di accuse, da parte di “organi legittimi”, di cattiva gestione del governo. Non da ultimo, riferisce il quotidiano, è stata aperta anche un’indagine nei suoi confronti, ma non si sa se questa sia stata effettivamente condotta e a quali risultati abbia portato. Circa al-Musai, invece, questo è stato definito un leader del partito islamista al-Islah, ed è stato precedentemente accusato di aver preso parte ai piani della Fratellanza per assumere il controllo della capitale provvisoria Aden.

A seguito delle recenti nomine, diversi attori del panorama politico yemenita, tra cui il Partito socialista e l’Organizzazione unionista nasserita, il 16 gennaio, hanno espresso la propria opposizione, affermando che la decisione di Hadi rappresenta “una flagrante violazione della Costituzione e della legge sull’autorità giudiziaria”, oltre ad infrangere i principi alla base dell’accordo del governo unitario. Motivo per cui, il presidente è stato invitato a ritornare indietro sui suoi passi e a impegnarsi in un vero e proprio partenariato, rispettando lo spirito dell’accordo di Riad, senza più agire in modo unilaterale.

Come spiega al-Arab, l’opposizione, mostrata anche da alcuni esponenti del Consiglio di Transizione Meridionale (STC) e da altri rappresentanti della cosiddetta legittimità, è, in realtà, giustificata dal timore che Hadi possa essere soggiogato dai nuovi membri del suo entourage e, soprattutto, da quegli esponenti di al-Islah che cercano di raggiungere politicamente ciò che non possono più ottenere con la forza delle armi.

Per il Consiglio di Transizione Meridionale, il comportamento di Hadi, il quale ha agito di propria iniziativa, rischia di far crollare l’accordo siglato a Riad il 5 novembre 2019, e che ha portato, il 18 dicembre 2020, alla formazione di un nuovo esecutivo equamente suddiviso tra Nord e Sud dello Yemen. Per STC, inoltre, il rischio è che decisioni prese unilateralmente possano portare a squilibri all’interno della squadra governativa, a favore del partito islamista. Secondo gli esponenti del STC, nominare un leader di al-Islah come procuratore generale potrebbe altresì portare la Fratellanza ad assumere il controllo di altre istituzioni, quali il Ministero della Giustizia, la Corte Suprema e il Ministero degli Affari Legali e dei Diritti Umani, così da poter agire in base ai propri interessi. Ciò, è stato evidenziato, potrebbe rivelarsi molto pericoloso.  

In tale quadro, quanto accaduto il 16 gennaio ha messo in luce come un disaccordo sui meccanismi di nomina dei funzionari della “legittimità” possa compromettere la stabilità del nuovo governo e questo, ha spiegato un membro del STC, potrebbe favorire le milizie di ribelli sciiti Houthi e i “terroristi”, i quali sperano in un passo falso per colpire una struttura e un organismo apparentemente forte. Inoltre, disaccordi interni potrebbero provocare un rallentamento nelle decisioni necessarie a migliorare le condizioni di vita della popolazione yemenita.

Come raccontato più volte dal quotidiano al-Arab, la Fratellanza Musulmana in Yemen, rappresentata dai partiti al-Islah e Tayyar Doha, è appoggiata dall’asse turco-qatariota, il quale, attraverso i suddetti movimenti politici yemeniti, ha precedentemente avviato una campagna contro la cosiddetta “legittimità”, rappresentata dal governo yemenita e dalla coalizione a guida saudita. Obiettivo dell’alleanza sostenuta dalla Turchia e dal Qatar è formare una vasta coalizione che includa altresì i Fratelli Musulmani e i ribelli sciiti Houthi, questi ultimi sostenuti dall’Iran. Alla luce di ciò, la coalizione ha più volte cercato di sabotare l’accordo del 5 novembre 2019, ostacolando le consultazioni volte alla formazione della nuova squadra esecutiva.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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