Grecia e Albania rafforzano la cooperazione nella lotta al crimine

Pubblicato il 19 gennaio 2021 alle 19:05 in Albania Grecia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La Grecia e l’Albania hanno firmato, lunedì 18 gennaio, un accordo per l’istituzione di un nuovo “centro per le comunicazioni”, al confine tra i due Paesi, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra le forze di polizia e gli uffici doganali. Firmato dal vice ministro greco per la protezione dei cittadini, Eleftherios Economou, e dal vice ministro degli Interni albanese per le questioni di confine, Julian Hodaj, l’accordo cerca di “rafforzare la cooperazione esistente, al fine di trovare soluzioni per la gestione e la lotta contro le sfide moderne e le minacce alla sicurezza”, secondo quanto dichiarato dal funzionario greco.

La polizia ellenica (ELAS) ha confermato che il centro sarà situato presso il valico di Kakavia, sul lato greco, e sarà gestito da agenti di polizia e da ufficiali doganali di entrambi i Paesi. Il loro mandato sarà quello di scambiare informazioni, dati di intelligence e coordinarsi su questioni relative alla migrazione illegale, al traffico di esseri umani, all’estremismo, alla frode dei documenti di viaggio, al contrabbando di stupefacenti, armi e munizioni e alle violazioni doganali.

Tra i principali problemi di sicurezza percepiti dal governo albanese c’è sicuramente il terrorismo, che il servizio di intelligence nazionale dell’Albania (SHISH) considera una minaccia globale. Nello specifico, Tirana teme la presenza di simpatizzanti dell’ISIS, di Al-Qaeda e dei loro affiliati. Per tale ragione, lo SHISH collabora con le autorità del Paese, i suoi partner e le agenzie di sicurezza. In aggiunta, il servizio si occupa di monitorare il processo di radicalizzazione dei giovani albanesi. 

Per quanto riguarda i foreign fighters, lo SHISH ha rivelato di non aspettarsi un ritorno massiccio di combattenti nell’immediato futuro. Al contrario, l’agenzia di intelligence rende noto che la maggior parte di questi miliziani rientra nei loro Paesi di origine o in Stati terzi attraverso l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento della criminalità organizzata. Le partenze dall’Albania dei foreign fighters sono diminuite, a partire dal 2015, fino a raggiungere, attualmente, un numero vicino allo zero. Inoltre, di questi foreign fighters, almeno il 21% ha perso la vita, mentre circa un terzo è riuscito a rientrare nel Paese, principalmente prima che questo adottasse nuove misure di contrasto al terrorismo. In generale, i combattenti che hanno fatto ritorno in Albania adottano un profilo basso e solo in qualche caso mantengono lo stesso stile di vita. Tuttavia, risultano più radicalizzati e continuano ad essere attivi nella pianificazione di attività estremiste. 

Il rischio che l’Albania sia un punto di transito per i foreign fighters che intendono raggiungere altre mete europee è basso per via dell’innalzamento dei criteri di sicurezza e dell’incremento della cooperazione con agenzie di intelligence a livello bilaterale, regionale e internazionale. Tuttavia, sottolinea l’intelligence albanese, permane il rischio che i combattenti partano dotati di documenti contraffatti, grazie al sostegno delle reti di trafficanti di esseri umani. 

L’Albania considera la Grecia un vicino prezioso e, per Tirana, Atene è un partner strategico importante, soprattutto in materia di sicurezza. I due Paesi sono però divisi su una questione riguardante la delimitazione dei confini marittimi nel Mar Ionio. Nonostante i colloqui per risolvere la controversia siano ufficialmente iniziati nell’aprile 2018, non è ancora stato raggiunto alcun accordo e i negoziati sono sospesi da tempo. A ottobre, le due parti hanno accettato di presentare una richiesta comune al Tribunale internazionale dell’Aia per delimitare le loro Zone economiche esclusive (Zee), ma nessun progresso è stato ancora fatto.

Sulle relazioni tra Atene e Tirana, il primo ministro albanese, Edi Rama, si era detto, a inizio settembre, favorevole alla risoluzione delle controversie sui confini marittimi attraverso tribunali internazionali o attraverso “l’assistenza amichevole di una parte terza”. “Può essere un percorso giusto e obiettivo”, aveva affermato Rama, sottolineando che i Balcani occidentali, che oltre all’Albania includono Bosnia ed Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo, non hanno altra alternativa che far parte dell’UE.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.