Afghanistan: il ritiro degli USA e le continue violenze

Pubblicato il 19 gennaio 2021 alle 15:44 in Afghanistan Asia

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Il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, ha tenuto un discorso di fronte ai soldati che sono tornati dall’Afghanistan. Nel Paese asiatico, intanto, si registrano nuovi scontri con i talebani nella provincia settentrionale di Kunduz.  

Il un discorso pronunciato il 18 gennaio. Pence ha sottolineato che grazie alla presenza degli USA in Afghanistan, “non c’è stato un altro grande attacco terroristico contro l’America negli ultimi 19 anni”. Il vicepresidente ha quindi ringraziato i soldati della 10° divisione da montagna a Fort Drum, New York, per il loro lavoro. “Avete dato al popolo afghano la speranza di libertà, la possibilità di determinare il proprio destino, di creare un futuro migliore”, ha aggiunto Pence, secondo quanto riferito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

“Oggi gli afgani sono impegnati in negoziati di pace. Sono orgoglioso di riferire con gratitudine alla 10° divisione da montagna: non si è verificato un solo incidente di combattimento americano in Afghanistan dal febbraio dello scorso anno”, ha dichiarato ancora il vicepresidente degli USA. “La vostra missione in Afghanistan è stata vitale per la sicurezza del popolo americano”, ha aggiunto. “Quest’anno, festeggeremo 20 anni da quando le forze del terrore islamico radicale hanno complottato e perpetrato l’attacco più mortale contro la patria americana nella storia del nostro Paese”. Attualmente ci sono 2.500 soldati statunitensi in Afghanistan e 2.500 in Iraq, impegnati in operazioni anti-terrorismo. 

Tuttavia, la situazione afghana sul campo rimane critica e le violenze si verificano su base quotidiana. La notte tra il 18 e il 19 gennaio, almeno 4 membri delle forze di sicurezza afghane e 15 talebani sono stati uccisi in una serie di scontri nella provincia settentrionale di Kunduz. I talebani hanno attaccato un avamposto di sicurezza di Dasht-e-Archi da diverse direzioni, secondo il Ministero della Difesa di Kabul, che ha aggiunto che l’assalto è stato respinto. Tuttavia, secondo il quotidiano locale Tolo News, fonti interne ai servizi di sicurezza hanno riportato che durante l’attacco a Dasht-e-Archi sarebbero deceduti 12 soldati e 4 militanti. Inoltre, 8 soldati dell’Esercito afghano sarebbero stati uccisi e altri 3 feriti in una serie di scontri nella zona di Bagh-e-Sherkat. Tuttavia, i talebani non hanno ancora commentato tali eventi. 

Il giorno precedente, tra il 17 e il 18 gennaio, almeno 8 membri delle forze di sicurezza afghane sono stati uccisi in un attacco dei talebani nella provincia settentrionale di Baghlan e una bomba ha preso di mira un veicolo che trasportava un funzionario del Ministero delle Telecomunicazioni, a Kabul. Le violenze aumentano nonostante, a partire dal 5 gennaio, sono ripresi a Doha, in Qatar, i negoziati preliminari ai colloqui di pace intra-afghani, iniziati il 12 settembre 2020. Una delegazione del governo di Kabul e una dei talebani stanno discutendo sui temi da trattare nei veri e propri negoziati di pace, per porre fine ai 19 anni di conflitto. Tuttavia, già dall’11 gennaio i colloqui sono in stallo. In particolare, si discute proprio della diminuzione delle violenze sul campo. Il governo di Kabul ha richiesto che il cessate il fuoco nel Paese sia il tema prioritario da trattare nei veri e propri colloqui di pace, ma i talebani ritengono che la discussione sulla diminuzione delle violenze sarà affrontata solo dopo un accordo su un futuro governo, che includa i militanti islamisti afghani.

L’apertura di un dialogo intra-afghano era stata resa possibile da un accordo di pace siglato tra gli Stati Uniti e i talebani lo scorso 29 febbraio, sempre a Doha, in base al quale, Washington si è impegnata a ridurre progressivamente le proprie truppe in Afghanistan, fino a completare il ritiro delle forze straniere dal Paese. Da parte loro, i talebani avrebbero dovuto assicurare di aver tagliato tutti i contatti con al-Qaeda, di non effettuare attacchi contro grandi centri abitati e di impegnarsi nei negoziati intra-afghani. In precedenza, i militanti islamisti afghani rifiutavano qualsiasi tipo di dialogo con i rappresentanti di Kabul, che erano considerati “pupazzi” nelle mani delle potenze straniere.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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