Yemen: Hodeidah testimone dell’escalation più violenta

Pubblicato il 18 gennaio 2021 alle 10:01 in Medio Oriente Yemen

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Violenti scontri hanno interessato il governatorato di Hodeidah, nell’Ovest dello Yemen, dove, il 17 gennaio, le forze congiunte, composte da membri dell’esercito yemenita e della coalizione a guida saudita, si sono scontrate con le milizie di ribelli sciiti Houthi. Il bilancio include decine di vittime, tra morti e feriti.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, quella di domenica 17 gennaio è stata la più violenta escalation degli ultimi mesi. Fonti sul campo hanno riferito che le sanguinose battaglie hanno riguardato perlopiù le aree di Hays, al-Durahymi e al-Jabaliya, dove entrambe le parti belligeranti hanno mobilitato le proprie forze, mettendo a repentaglio la fragile tregua stabilita il 13 dicembre 2018. Stando a quanto affermato dal portavoce ufficiale delle “Brigate dei Giganti”, un gruppo armato sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, più di 40 combattenti sciiti sono stati uccisi e altri 55 sono rimasti feriti.

Le forze congiunte, da parte loro, sono riuscite a contrastare diversi attacchi sin dal 16 gennaio, distruggendo altresì carichi di armi e munizioni delle milizie ribelli. Parallelamente, sono almeno 2 i membri dell’esercito uccisi nei recenti scontri, mentre altri 10 sono rimasti feriti ad Hays. Al contempo, almeno un civile ha perso la vita a seguito di un bombardamento attribuito ai ribelli Houthi, mentre un uomo e un bambino sono rimasti feriti. A detta del portavoce delle Brigate dei Giganti, quanto accaduto rappresenta un ostacolo pericoloso per gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite, nel quadro del processo di pace a Hodeidah e nell’intero Paese.

Anche l’organizzazione Medici Senza Frontiere si è detta preoccupata per l’escalation scoppiata a Hodeidah, riferendo, nella sera del 17 gennaio, che una propria squadra si è immediatamente attivata per mettere in atto un piano volto a rispondere al gran numero di feriti giunti nelle proprie strutture nelle ore precedenti. Al contempo, l’organizzazione ha espresso preoccupazione per la popolazione civile, che vive a ridosso dei fronti di combattimento e la quale è stata già vittima, per tutto il 2020, di attacchi e scontri tra gli Houthi e le forze congiunte. Da parte sua, la Missione di monitoraggio delle Nazioni Unite UNMHA ha esortato le parti belligeranti ad esercitare moderazione e a rispettare il cessate il fuoco, invitandole altresì a salvaguardare la vita della popolazione civile locale.

Hodeidah rappresenta un porto essenziale per la popolazione yemenita, in quanto è qui che giunge gran parte degli aiuti umanitari destinati ad un popolo vittima di quella che è stata definita la peggior crisi umanitaria al mondo. Il governatorato è stato incluso nell’accordo siglato il 13 dicembre 2018, il cosiddetto Accordo di Stoccolma, il quale rappresenta, sino ad ora, una delle poche intese che ha visto sedersi al tavolo dei negoziati le due parti belligeranti, i ribelli Houthi e il governo legittimo yemenita, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi. In base a tale patto, i ribelli sciiti avevano accettato di porre fine alle tensioni e di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere a una delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. La fase di relativa tregua ha consentito alla Missione delle Nazioni Unite di istituire posti di blocco e di monitoraggio nel governatorato dal 19 ottobre 2019, con il fine di garantire il rispetto del cessate il fuoco. Nonostante ciò, la tregua è stata ripetutamente violata.

Al momento, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, è impegnato in colloqui volti a convincere le parti a siglare la cosiddetta dichiarazione congiunta, un accordo di pace che mira a porre fine al conflitto scoppiato a seguito del colpo di Stato Houthi a Sana’a, il 21 settembre 2014. Secondo quanto trapelato da alcune fonti, si è altresì in attesa del secondo round di consultazioni che dovrebbe portare a un ulteriore scambio di prigionieri, dopo che, il 15 ottobre scorso, 1056 detenuti sono stati già liberati da entrambe le parti belligeranti. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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