Sudan: scontri tribali provocano oltre 100 morti in 3 giorni

Pubblicato il 18 gennaio 2021 alle 20:01 in Africa Sudan

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Scontri tra gruppi etnici rivali nella regione del Darfur, in Sudan, hanno provocato la morte di 47 persone, lunedì 18 gennaio. Il bilancio si va ad aggiungere a quello dei due giorni precedenti, in cui oltre 80 civili sono rimasti uccisi in una serie di violenze commesse in altre parti della regione.

La notizia delle uccisioni arriva due settimane dopo che le forze di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana hanno dichiarato conclusa la loro missione nel Paese. Il 31 dicembre, l’UNAMID, attiva da 13 anni in Sudan, ha affermato che il governo sudanese si sarebbe assunto tutta la responsabilità di provvedere alla sicurezza della regione e di fornire ai residenti i servizi necessari. A partire dal primo gennaio 2021, le truppe e il personale di polizia della missione si sono impegnate nel ritiro dei propri uomini (circa 8.000), che avverrà, in maniera graduale, durante un arco temporale di sei mesi. 

L’attacco di lunedì è avvenuto vicino alla città di Gereida, dove alcuni residenti hanno affermato che una milizia araba stava cercando di colpire i membri della tribù dei Fallata. Gereida ha già assistito a scontri mortali, alla fine di dicembre, tra le tribù Masalit e Fallata. Sabato 16 e domenica 17 gennaio, gli attacchi si erano invece svolti ad El Geneina e nei dintorni, nel Darfur occidentale, a seguito di una rissa in cui un membro dei Masalit aveva ucciso un uomo di una tribù araba. Un sindacato dei medici nella regione ha dichiarato, lunedì 18, che il bilancio totale sarebbe di 129 morti e 198 feriti, compresi bambini. Migliaia di persone, costrette a fuggire dall’area, sono rimaste sfollate e hanno bisogno di aiuti umanitari, ha sottolineato l’ente.

Il conflitto nel Darfur si è intensificato a partire dal 2003, quando le forze governative e le milizie arabe sono state accusate di atrocità diffuse mentre combattevano per sopprimere i ribelli, per lo più non arabi. Si stima che circa 300.000 persone siano state uccise e almeno 1,5 milioni di residenti siano ancora senza dimora. Domenica 17, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso profonda preoccupazione per le violenze nel Darfur. Il suo portavoce, Stephane Dujarric, ha dichiarato, a nome del capo dell’organizzazione: “Il Segretario generale invita le autorità sudanesi a compiere tutti gli sforzi per allentare la situazione e porre fine ai combattimenti, ripristinare la legge e l’ordine e garantire la protezione dei civili”.

La violenza scoppiata di recente nel Darfur è una delle peggiori dalla firma di un accordo di pace tra governo e ribelli, il 3 ottobre. L’intesa, definita storica, ha riguardato una serie di questioni spinose quali la proprietà delle terre, risarcimenti e compensi in materia di ricchezza e condivisione del potere, così come il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni del Paese. Le ex forze ribelli si sono impegnate a deporre le armi, ma decenni di conflitto hanno lasciato la vasta regione occidentale divisa da aspre rivalità. Le questioni chiave includono ancora la proprietà della terra e l’accesso all’acqua. La missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana dovrebbe essere sostituita da una forza nazionale che includerà alcuni ex ribelli del Darfur firmatari dell’accordo di pace. Funzionari sudanesi hanno affermato che i primi soldati si stanno già schierando, ma i residenti e alcuni diplomatici temono che il ritiro di UNAMID lascerà i civili più vulnerabili.

Il Sudan sta attraversando una fragile transizione dalla cacciata del presidente Omar al-Bashir nell’aprile 2019, a seguito di proteste di massa contro il suo governo. L’amministrazione, a maggioranza civile insediatasi dopo la cacciata di al-Bashir, si è impegnata nel tentativo di stabilizzare le regioni colpite da decenni di guerra civile. Secondo le Nazioni Unite, nel Darfur, il conflitto principale si sarebbe placato nel corso degli anni, ma gli scontri etnici e tribali continuerebbero a divampare periodicamente, soprattutto tra pastori arabi nomadi e agricoltori sedentari dei gruppi etnici non arabi.

Tra gli ultimi sviluppi positivi registrati nel Paese, il 14 dicembre, dopo 27 anni, gli Stati Uniti hanno formalmente rimosso il Sudan dalla lista nera degli Stati sponsor del terrorismo. Il governo degli Stati Uniti aveva aggiunto il Sudan alla sua lista di “Paesi sostenitori del terrorismo” nel 1993 ritenendo che il governo di al-Bashir stesse supportando le organizzazioni terroristiche e offrendo rifugio ai loro membri. Tale designazione aveva reso impossibile per il Sudan accedere ad agevolazioni quali la cancellazione del debito o finanziamenti provenienti da istituti internazionali.

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Chiara Gentili

di Redazione

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