Rep. Centrafricana: Touadera confermato presidente dalla Corte costituzionale

Pubblicato il 18 gennaio 2021 alle 18:01 in Africa Repubblica Centrafricana

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La Corte costituzionale della Repubblica Centrafricana ha confermato la nomina a presidente dell’attuale leader, Faustin-Archange Touadera. Lo svolgimento delle elezioni, contrassegnato da una bassa affluenza e svoltosi nel mezzo di accesi disordini, aveva spinto l’opposizione a chiedere alla Corte di ripetere il voto, lamentando una situazione di sicurezza precaria e presunti brogli.

“Touadera è stato rieletto presidente al primo turno delle elezioni del 27 dicembre 2020”, ha chiarito, lunedì 18 gennaio, il giudice Daniele Darlan, convalidando i risultati che avevano attribuito al leader del Paese il 53,16% dei voti. La Corte ha ammesso che l’affluenza alle urne è stata bassa, attestandosi intorno al 35,25%, una cifra ha indicato l’impossibilità di molti elettori di andare a votare. Il tribunale, tuttavia, ha respinto le argomentazioni secondo cui il voto, dati i numeri, mancherebbe di legittimità. “Una parte del popolo centrafricano, che è in guerra, è stato reso incapace di andare a votare per via di atti di terrore. Nonostante questo, la gente ha inviato un messaggio forte e chiaro a coloro che li stavano terrorizzando, a coloro che dicevano loro di non votare, e al mondo intero”, ha aggiunto Darlan, leggendo la dichiarazione.

Touadera, 63 anni, ha assunto per la prima volta la carica presidenziale nel 2016. Le tensioni sono aumentate drammaticamente negli ultimi sondaggi presidenziali, con un’alleanza armata di gruppi ribelli, contraria alla rielezione dell’attuale capo di Stato, che cerca da settimane di invadere la capitale, Bangui. Le forze di sicurezza, sostenute dai caschi blu delle Nazioni Unite, sono finora riuscite a respingere gli attacchi.

Il corrispondente del quotidiano Al-Jazeera, Malcolm Webb, ha sottolineato che la minaccia rappresentata dai ribelli rimane alta. “I gruppi armati controllano circa due terzi del territorio e sono posizionati a pochi chilometri da Bangui”, ha detto il giornalista. “Fuori dal quartier generale del partito al governo, guidato da Touadera, ci sono celebrazioni in corso, ma la fine del processo elettorale non metterà certamente fine a questa storia”, ha aggiunto Webb, notando che sono circa migliaia i combattenti posizionati ai margini di Bangui. “I gruppi armati appena fuori dalla capitale dicono di rifiutare il governo. Sono molto chiari nell’affermare che il loro intento è quello di attaccare la città, come hanno fatto la scorsa settimana, e assumere il governo”, ha commentato ancora l’inviato di Al-Jazeera.

Le forze ribelli avevano lanciato un attacco coordinato alla periferia della capitale, per cercare di conquistarla, il 13 gennaio. Poco prima del voto, un altro tentativo di assaltare Bangui, il 20 dicembre, era stato respinto dalle forze governative, che lo avevano definito un “tentato colpo di Stato”. L’ex presidente centrafricano, Francois Bozize, e i suoi alleati sono stati accusati di incitamento alla violenza. I disordini sono esplosi dopo che la Corte costituzionale ha respinto la candidatura di Bozize all’ultima corsa presidenziale. I pubblici ministeri del Paese hanno aperto un’indagine giudiziaria sul ruolo dell’ex capo di Stato, in esilio fino al dicembre 2019, nelle ultime violenze. Bozize, che è salito al potere con un colpo di stato nel 2003 e ha governato fino al 2013, quando il Paese è scivolato in un lungo conflitto settario, deve affrontare un mandato di cattura internazionale per “crimini contro l’umanità e istigazione al genocidio”. L’uomo deve anche affrontare le sanzioni delle Nazioni Unite per il suo presunto ruolo nel sostenere i gruppi armati che hanno combattuto contro le milizie musulmane Seleka compiendo nei loro confronti abusi, torture e persecuzioni e costringendone decine di migliaia a lasciare la capitale, nel 2014. Touadera si affida all’aiuto delle forze di mantenimento della pace delle Nazioni Unite e al sostegno militare di Russia e Ruanda per tenere i gruppi armati lontani dalle aree del Paese controllate dal governo.

La Repubblica Centrafricana ha subito cinque colpi di stato e numerose ribellioni da quando ha dichiarato la sua indipendenza dalla Francia, nel 1960. Nonostante gli accordi di pace, gli embarghi sulle armi e le sanzioni contro i leader ribelli, la pace è ancora lontana dall’essere raggiunta nella nazione africana di 4,7 milioni di abitanti, ricca di oro e diamanti. 

La situazione della sicurezza è instabile dal 2013, quando con un golpe le milizie musulmane Seleka hanno deposto il presidente Bozize. La presa della capitale, Bangui, da parte dei Seleka, il 24 marzo 2013, ha scatenato la reazione dei guerriglieri cristiani Anti-balaka, nome che in lingua locale significa “quelli che portano gli amuleti contro i kalashnikov”, avviando così un sanguinoso conflitto civile. Dopo la fuga di Bozize, il leader dei Seleka, Michel Djotodia, si è autoproclamato presidente e il proseguire delle violenze ha provocato, verso la fine del 2013, l’intervento militare della Francia, avallato da un mandato delle Nazioni Unite. A seguito delle elezioni del 2016, Touadera è stato nominato presidente del Paese, dopo aver ricoperto la carica di primo ministro dal 2008 al 2013. Tuttavia, il governo centrale non è più riuscito a recuperare il controllo di alcuni territori, che rimangono ancora in mano alle milizie armate. Nel febbraio 2019, il governo ha fatto il suo ottavo e ultimo tentativo di raggiungere una pace duratura, stipulando un accordo con 14 gruppi ribelli che controllano gran parte del territorio nazionale. Tuttavia, da quel momento, la situazione non è ancora migliorata.

Secondo il Global Terrorism Index Report del 2019, la Repubblica Centrafricana è il 14° Paese al mondo per impatto della minaccia terroristica, con un indice pari a 6,62 su 10. Le fazioni islamiste che si sono formate dallo scioglimento dei Seleka si concentrano nelle regioni centrali del Paese, mentre le milizie Anti-balaka controllano alcuni territori nel Nord-Ovest. I combattimenti hanno costretto circa 4.7 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, rendendole bisognose di assistenza umanitaria. La missione delle Nazioni Unite, dispiegata nel 2014, fatica a riportare l’ordine e la sicurezza nel Paese, dove il governo ha scarso controllo del proprio territorio.

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Chiara Gentili

di Redazione

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