Yemen: la coalizione sotto accusa, ma Griffiths è ancora ottimista

Pubblicato il 15 gennaio 2021 alle 9:58 in Arabia Saudita Yemen

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I ribelli sciiti Houthi hanno accusato la coalizione a guida saudita di aver perpetrato circa 20 raid aerei in 24 ore contro diversi governatorati yemeniti. Nel frattempo, l’inviato speciale dell’Onu, Martin Griffiths, ha, ancora una volta, condannato l’attentato di Aden del 30 dicembre 2020, e ha riferito degli ultimi sviluppi dei colloqui tenuti con le parti belligeranti.

In particolare, come riportato dall’emittente televisiva del gruppo sciita, al-Masirah, nella sera del 14 gennaio, gli Houthi hanno riferito che “l’aggressore saudita-statunitense” ha condotto diversi attacchi aerei contro Sana’a, oltre che Ma’rib, Amran e Saada. Il riferimento va alla coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta da Washington, attiva nel conflitto yemenita dal 26 marzo 2015, a sostegno del presidente legittimo, Rabbo Mansour Hadi, Nello specifico, stando a quanto riferito dai ribelli, l’aeroporto internazionale della capitale è stato colpito da due raid, Jabal Murad a Marib è stata attaccata 12 volte, mentre Saada è stata sottoposta a 4 raid. Parallelamente, un altro attacco è stato documentato ad Amran. Si tratta di governatorati situati nel Nord e nel Nord-Ovest dello Yemen, occupati in larga parte dalle milizie sciite, e oggetto di una ulteriore violenta offensiva sin dal mese di gennaio 2020.

Nella medesima giornata, il 14 gennaio, l’inviato speciale dell’Onu in Yemen ha tenuto un briefing davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’attenzione di Griffiths è stata innanzitutto rivolta all’attacco che, il 30 dicembre scorso, ha colpito l’aeroporto di Aden, mentre la nuova squadra del governo unitario atterrava nella capitale provvisoria yemenita. L’attentato, che ha provocato circa 26 morti e almeno 100 feriti, non è stato rivendicato, ma le milizie ribelli hanno negato un proprio coinvolgimento. Tuttavia, proprio il 14 gennaio, Griffiths ha affermato che, stando ai risultati delle indagini condotte dal governo legittimo, “Ansar Allah”, ovvero gli Houthi, sono da ritenersi responsabili dell’attentato.

Come specificato dall’inviato, tra le vittime, perlopiù civili, vi sono stati funzionari governativi, membri di organizzazioni di assistenza umanitaria e un giornalista. Alla luce di ciò, l’episodio è stato definito “un feroce attacco” che ha “gettato un’ombra scura” su quello che doveva essere un momento di speranza, ovvero la formazione di un nuovo esecutivo in linea con l’accordo di Riad del 5 novembre 2019. Il nuovo governo e il suo ritorno ad Aden, ha specificato Griffiths, rappresentano una pietra miliare della suddetta intesa, il cui obiettivo è garantire la stabilità delle istituzioni statali, dell’economia e, non da ultimo, un processo di pace nell’intero Paese.

L’inviato si è poi detto preoccupato per la decisione degli Stati Uniti di designare Ansar Allah un’organizzazione terroristica. È stato il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ad affermare, il 10 gennaio, che Washington classificherà le milizie Houthi come terroristi, rendendo il gruppo responsabile per gli attentati commessi, tra cui sono da includere gli attacchi transfrontalieri, in particolare al confine con l’Arabia Saudita, e quelle operazioni che minano la vita della popolazione civile, le infrastrutture e le rotte marittime del commercio internazionale. In tale quadro, Griffiths teme che la mossa degli USA possa minare gli sforzi profusi dalle Nazioni Unite, volti a portare le parti belligeranti, il governo legittimo e le milizie ribelli, al tavolo dei negoziati. Inoltre, come evidenziato anche dagli altri funzionari dell’Onu, Griffiths teme un peggioramento della situazione umanitaria.

Tuttavia, l’inviato si è detto ancora impegnato a trovare una risoluzione del conflitto yemenita. L’obiettivo di Griffiths è convincere le due parti a firmare la cosiddetta “dichiarazione congiunta”, un’intesa che prevede il cessate il fuoco presso i fronti di combattimento yemeniti, oltre a misure volte a risanare il quadro umanitario ed economico del Paese, al fine ultimo di avviare un processo di pace che porti alla soluzione politica, globale e definitiva, della crisi yemenita. Nel suo discorso del 14 gennaio, l’inviato ha affermato che, seppur consapevole delle difficoltà, ancora maggiori rispetto a un mese prima, “la pace è possibile”, laddove vi sia la volontà di raggiungere un simile obiettivo. Circa le discussioni sulla bozza di un accordo di pace, l’inviato ha specificato che le parti si sono dette concordi “in linea di principio” a un cessate il fuoco a livello nazionale, ma le divergenze principali riguardano le proposte avanzate a livello economico e umanitario, come le modalità di pagamento dei salari degli impiegati statali, l’utilizzo dei porti di Hodeidah per le attività di importazione e l’apertura dell’aeroporto di Sana’a per voli internazionali. Inoltre, le due parti devono ancora concordare sullo scambio di ulteriori prigionieri, ma si prevede che tale punto sarà oggetto delle prossime discussioni.

La dichiarazione congiunta, è stato specificato, potrà essere accettata interamente o parzialmente, ma, al di là di ciò, è questo il momento giusto per proseguire con il processo negoziale. In conclusione, nonostante si stiano vivendo “momenti difficili”, Griffiths si è detto speranzoso, e una tale speranza deriva anche dall’applicazione dell’accordo di Riad, definito un “progresso significativo”, frutto di sforzi intensi ma che hanno funzionato, e che dimostra come la riconciliazione sia possibile. La pace, a detta dell’inviato, può essere raggiunta.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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