Yemen: Griffiths scommette sull’Arabia Saudita per porre fine al conflitto

Pubblicato il 13 gennaio 2021 alle 10:54 in Arabia Saudita Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Mentre si discute delle conseguenze positive e negative della eventuale classificazione degli Houthi come terroristi, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, continua a impegnarsi per trovare una soluzione al perdurante conflitto yemenita. Questa volta, sembra esservi maggiore ottimismo.

Come riportato dal quotidiano al-Arab, l’11 gennaio Griffiths si è recato a Riad, dove ha incontrato il viceministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman. Nel corso del bilaterale, sono stati presi in esame gli ultimi sviluppi verificatisi nel panorama yemenita e gli sforzi profusi dal Regno saudita anche a livello umanitario. L’Arabia Saudita, ha riferito il principe, desidera giungere a una soluzione politica inclusiva in Yemen, in grado di garantire pace e stabilità a livello nazionale e regionale. Questa dovrebbe basarsi sui “tre riferimenti”, ovvero l’iniziativa del Golfo del 2011, i risultati della Conferenza sul dialogo nazionale del 2013-2014 ed alcune risoluzioni Onu, come la numero 2216.

Al termine dell’incontro, Griffiths ha mostrato un certo ottimismo nel parlare del ruolo di Riad sul palcoscenico yemenita, e, sebbene non siano stati rivelati particolari dettagli in merito, l’inviato ha affermato che l’Arabia Saudita rappresenta un attore fondamentale per superare gli ostacoli che continuano ad intralciare il processo di pace in Yemen e per porre fine al conflitto in modo sostenibile.

L’incontro dell’11 gennaio è stato alla base delle riflessioni di alcuni analisti, i quali credono che l’Arabia Saudita voglia “sbarazzarsi di alcuni dossier controversi” che potrebbero rappresentare un peso nei rapporti con la prossima amministrazione statunitense, guidata da Joe Biden. Motivo per cui, si pensa che Riad desideri accelerare il processo di pace in Yemen, dopo essere stata già tra i principali promotori della riconciliazione con il Qatar, oltre che della formazione del nuovo governo unitario yemenita, annunciato il 18 dicembre 2020. Alla luce di ciò, riporta il quotidiano, la missione di Griffiths potrebbe essere facilitata, ma l’inviato dovrà tener conto di quelle “linee rosse” che il Regno saudita non può superare e di quelle richieste che non è possibile soddisfare.

Il dossier yemenita, evidenziano gli analisti, è diverso dalle altre questioni che caratterizzano la regione del Golfo. Una delle difficoltà principali sta nel ruolo dell’Iran, sostenitore delle milizie di ribelli sciiti Houhti, e, al contempo, nemico dell’Arabia Saudita. Ciò significa che Riad potrebbe non accettare la soluzione proposta dalle Nazioni Unite, basata sul riconoscimento del gruppo sciita come un attore chiave e sulla sua inclusione nel futuro politico yemenita, al pari del governo legittimo legato al presidente Rabbo Mansour Hadi. Pertanto, una delle missioni principali di Griffiths sarà persuadere Riad, per far sì che questa accetti la presenza di “delegati dell’Iran” in Yemen.

Nelle ultime settimane, l’inviato ha tenuto colloqui con diversi rappresentanti yemeniti, tra cui il presidente Hadi e il premier Maeen Abdulmalik, indice del suo impegno nel promuovere una soluzione politica, basata sulle clausole già delineate in un documento circolato sotto il nome di “dichiarazione congiunta”. Stando a quanto riporta al-Arab, quanto espresso nella suddetta bozza di un possibile accordo di pace si avvicina alle idee espresse in passato da John Kerry, Segretario di Stato degli Stati Uniti dal 2013 al 2017, durante l’amministrazione di Barack Obama, il quale si era fatto promotore di un’iniziativa simile a quella di Griffiths, ma che, però, non era riuscito a mettere in atto.

Di fronte a tale scenario, sono diversi gli osservatori che guardano con ottimismo al futuro ruolo di Washington in Yemen. In tale quadro, fonti politiche yemenite hanno affermato che la decisione di inserire gli Houthi nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, così come annunciato dal segretario di stato USA, Mike Pompeo, potrebbe anch’essa contribuire alla risoluzione della crisi yemenita. Questo perché una mossa simile potrebbe costringere il gruppo sciita a sedersi al tavolo dei negoziati, spingendoli, al contempo, a fare concessioni. Inoltre, classificare gli Houthi come un’organizzazione terroristica significa ostacolare le loro attività a livello regionale e internazionale e le loro fonti di finanziamento.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.